Greta Thunberg denuncia il sequestro in acque internazionali, mentre a Gaza si contano i morti
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Redazione Esteri
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TEL AVIV – Mentre Greta Thunberg atterra all’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi dopo l’espulsione da Israele, a Gaza migliaia di persone rischiano la vita per accaparrarsi un po’ di cibo davanti a un centro di distribuzione degli aiuti. Alla fine della giornata, il bilancio – secondo il ministero della Sanità palestinese – sarà di 36 morti e centinaia di feriti. «La storia ve…», aveva iniziato a dire l’attivista svedese prima di essere interrotta, lasciando la frase sospesa come un’accusa senza completamento.
La Madleen, la nave della Freedom Flotilla con a bordo gli attivisti che tentavano di rompere il blocco navale israeliano su Gaza, è ancorata nel porto di Ashdod, città costruita dal neonato Stato di Israele otto anni dopo la Nakba, a pochi chilometri da Isdud, il villaggio palestinese svuotato dei suoi abitanti dalle milizie sioniste. Ogni angolo di quella che fu la Palestina mandataria racconta una storia, la stessa che la Flotilla cerca di riportare alla luce sfidando un assedio che dura ormai da vent’anni.
Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che gli attivisti, fatti sbarcare ad Ashdod, si sono rifiutati di guardare i video della strage del 7 ottobre. «Hanno chiuso gli occhi», ha detto Katz, «non hanno voluto vedere le immagini girate dagli stessi terroristi di Hamas». Una contrapposizione netta, che lascia poco spazio alle mediazioni.
Greta Thunberg, dal canto suo, non usa mezzi termini: «In acque internazionali siamo stati illegalmente attaccati e rapiti da Israele, portati contro la nostra volontà nel Paese e arrestati. Alcuni di noi sono già stati rimpatriati, altri sono ancora lì». La sua voce si aggiunge a quella degli attivisti della Flotilla, mentre le autorità israeliane ribadiscono la legittimità delle loro azioni, sostenendo che il blocco navale sia necessario per la sicurezza nazionale.




