Mari e oceani da record a giugno 2026: il Mediterraneo bollente minaccia gli ecosistemi
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Redazione Interno
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Non è solo l’aria a essere rovente, come si potrebbe pensare osservando il termometro in città o il riflesso del sole sull’asfalto; anche il mare, silenziosamente, sta raggiungendo livelli di calore che non si erano mai visti prima. A dirlo sono i numeri del Servizio Marino Copernicus, che per il mese di giugno ha registrato le temperature superficiali degli oceani globali più alte mai documentate per questo periodo dell’anno, superando i precedenti picchi del 2023 e del 2024.
Non si tratta di una semplice curiosità statistica, ma di un cambiamento destinato ad avere ripercussioni di ampia portata sugli equilibri meteorologici e sugli ecosistemi marini.
Record di calore: i numeri di Copernicus
A certificare il primato ci hanno pensato i dati incrociati del Copernicus Climate Change Service e del Copernicus Marine Service. Il 21 giugno, le temperature superficiali del mare hanno toccato i 20,86 gradi centigradi secondo il C3S, superando di poco gli 20,83 del 2023; il Marine Service ha invece rilevato un picco di 21,0 gradi, battendo di 0,1 gradi il record precedente. Una doppia conferma che, come ha spiegato il direttore del C3S Carlo Buontempo, ci sta conducendo “ancora una volta in un territorio inesplorato”.
Le anomalie più eclatanti, tuttavia, si concentrano nel Mediterraneo occidentale, dove la temperatura della superficie è risultata superiore alla media di circa 6 gradi, specialmente nel Golfo del Leone, nel Mar Ligure e nel Tirreno lungo le coste italiane.
L’Adriatico bollente e la morìa di pesci e molluschi
Le conseguenze di questo surriscaldamento sono già visibili, e non solo sui grafici degli scienziati. Sulla costa adriatica, in particolare tra Punta Marina e Lido Adriano, la situazione è drammatica: le segnalazioni di una morìa di pesci, molluschi e crostacei, tra cui sogliole, triglie, cannolicchi e granchi, si sono moltiplicate negli ultimi giorni. I bagnini, dopo aver pulito la spiaggia, hanno letteralmente ammucchiato le carcasse di animali che la battigia aveva restituito.
A dare una spiegazione scientifica del fenomeno è Simone D’Acunto, direttore del Cestha di Marina di Ravenna, che osserva quotidianamente gli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità marina: l’acqua troppo calda trattiene meno ossigeno, mettendo in sofferenza gli habitat dei fondali e provocando vere e proprie stragi di specie ittiche.
Un mare che diventa una bomba climatica
Ma il problema non si ferma alla costa. Il mare, come una gigantesca batteria termica, assorbe calore durante il giorno e lo rilascia durante la notte, rendendo le minime sempre più alte e contribuendo a creare quelle che gli esperti definiscono “notti tropicali”. Questo surplus di energia, inoltre, viene trasferito all’atmosfera: l’acqua calda aumenta l’evaporazione e fornisce carburante extra ai temporali, trasformando anche una perturbazione apparentemente normale in un evento estremo capace di scatenare alluvioni lampo e grandinate.
Un meccanismo che, tradizionalmente, si manifestava in autunno, dopo mesi di sole sull’acqua, ma che quest’anno si è innescato già a fine giugno, un segnale preoccupante di quanto gli equilibri climatici si stiano alterando.
Ecosistemi a rischio e prospettive future
Le ondate di calore marine mettono a dura prova l’intero ecosistema del Mediterraneo, con specie già in difficoltà e praterie di Posidonia, i polmoni verdi del mare, in sofferenza. Si tratta di un danno che va ben oltre il valore ambientale, minacciando direttamente la filiera della pesca e le economie costiere. E il futuro, per certi versi, è già scritto: questo nuovo record era in parte previsto con l’insorgere del fenomeno di El Niño nel Pacifico equatoriale, annunciato dall’Organizzazione meteorologica mondiale a inizio giugno.
Le previsioni indicano che la sua intensità potrebbe essere tra le più forti degli ultimi decenni, il che lascia presagire che nei prossimi mesi, con ogni probabilità, assisteremo al superamento di ulteriori record di temperatura, sia nell’oceano che nell’atmosfera.




