Il calcio italiano cerca una guida tra malagò, manovre politiche e il fantasma del commissariamento
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Redazione Sport
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Stefano Agresti, osservatore attento delle dinamiche federali, non usa giri di parole nel delineare lo scenario che attende la Federcalcio, ormai prossima a dover eleggere un nuovo presidente dopo l’era di Gabriele Gravina – un ciclo, quest’ultimo, segnato da due esclusioni consecutive dalla fase finale del Mondiale maschile. Ogni quadriennio olimpico, ricorda Agresti, impone la rielezione dei vertici federali; e ogni volta, puntualmente, ci si ritrova a ripetere lo stesso rituale, quello di dichiarare urgente una rifondazione totale del sistema, salvo poi scontrarsi con la carenza di idee, di persone adatte e, soprattutto, di un sostegno legislativo che la politica e il governo non hanno mai realmente fornito. È questa, a suo avviso, la vera omissione di fondo: nessuna legge, nessun intervento strutturale ha mai accompagnato le buone intenzioni.
Malagò parte favorito, ma agresti lancia un avvertimento preciso
Giovanni Malagò, attuale numero uno del Coni, sembra raccogliere i maggiori consensi per la successione, ma l’analisi di Agresti introduce una condizione non negoziabile: la politica, quella vera fatta di Palazzo Chigi e dei ministeri competenti, deve smettere di fare da spettatrice e imparare ad aiutare concretamente. Non solo, però. Lo stesso Malagò, nelle parole del commentatore, è chiamato a un miglioramento tangibile dei rapporti con il governo in carica – un governo che, ricordiamolo, vede Trump tornato alla Casa Bianca e uno scenario internazionale mutato, ma che sul calcio italiano ha mostrato finora un’attenzione intermittente. Tra i possibili contendenti riemergono i nomi di Giancarlo Abete, già alla guida della Figc in un’altra epoca, e di Demetrio Albertini, ex centrocampista della nazionale e dirigente di lungo corso. E c’è anche chi, spiega Agresti, spera apertamente in uno stallo prolungato, perché dall’impasse potrebbe scaturire il tanto sospirato commissariamento.
Il 22 giugno è vicino, e le candidature si moltiplicano sullo sfondo
La data del 22 giugno, quella fissata per l’elezione, si avvicina a ritmi serrati. Poco tempo, dunque, per tessere le trame necessarie, preparare eventuali trappole – così le definisce Agresti – e scegliere l’uomo o la donna che dovrà traghettare un calcio italiano bisognoso di essere ricostruito dalle fondamenta. Sul fronte opposto, il ministro per lo sport e i giovani, Abodi, continua a guardare con favore all’ipotesi del commissariamento, considerandolo una precondizione indispensabile per innestare un cambiamento radicale nel settore. Una posizione, questa, che non ha nulla di tecnico: è squisitamente politica, e come tale rischia di allungare i tempi di una riforma che molti attendono da anni.
Stallo su giovanili e arbitri, la riforma di gravina resta in sospeso
Otto giorni prima di Italia-Irlanda del Nord, Gravina aveva presentato un ambizioso progetto di riforma per il calcio giovanile. Un atto dovuto, dopo sette anni di presidenza segnati da due mancate qualificazioni mondiali e da una cronica incapacità di sfornare nuovi campioni. Il piano non prometteva stravolgimenti epocali delle dinamiche dei settori giovanili, ma puntava a rivoluzionare le metodologie di allenamento dei bambini tra i 5 e i 12 anni: l’obiettivo dichiarato era quello di innalzare il livello tecnico delle nuove leve, mettendo da parte la tattica fine a sé stessa. Con la partenza di Gravina, però, quella riforma rischia di restare lettera morta. Il quadro si completa con l’analisi di chi, come Michele Criscitiello, avverte il pericolo della continuità: nomi come Abete, Marani o Bedin potrebbero garantire solo un semplice ricambio di poltrone, senza spezzare le logiche di potere consolidate. Solo Malagò, secondo questa lettura, avrebbe la forza e la legittimità per rompere il sistema Figc, ma anche su di lui pesano i sospetti di chi teme un semplice restyling di facciata tra stipendi dorati, giochi di potere sotterranei e un disinteresse mediatico ormai strutturale.




