Il mondo dopo un anno di Trump e il disordine di Davos

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Al termine del primo mandato, la presidenza di Donald Trump ha impresso una svolta radicale, e per molti versi irreversibile, al funzionamento della democrazia americana. Si osserva, giorno dopo giorno, un cammino verso un autoritarismo disorganico e confuso, il quale si sostanzia in una progressiva umiliazione delle istituzioni di fronte alla concentrazione di potere nella figura del capo dello Stato. Il Senato e la Camera dei Rappresentanti, al pari della Corte suprema e della Banca centrale, vengono ormai considerate, di fatto, mere diramazioni esecutive al servizio dell’esecutivo, in un quadro che stravolge i tradizionali equilibri di controllo reciproco.

La kermesse elvetica e il "Patriziato" allo specchio

Parallelamente, in una diversa dimensione ma ugualmente significativa, si è chiusa la settimana del World Economic Forum a Davos, fondazione senza fini di lucro creata dal sacerdote-consulente Klaus Schwab. La kermesse, iniziata il 19 gennaio, rappresenta per molti l’occasione annuale in cui il cosiddetto "Patriziato" globale si dedica a un’attenta analisi del proprio ombelico, in un esercizio di auto-contemplazione che alcuni definiscono culturalmente divertente, se non addirittura impagabile. Un evento, questo, che si conferma distante dalle dinamiche populiste e nazionaliste che caratterizzano l’attuale amministrazione statunitense, dimostrando come esistano due mondi che procedono su binari sempre più divergenti.

Cacofonia di voci e un problema chiamato disordine

Non è mai semplice distillare un’idea chiara dal brusio di Davos, studiatissima cacofonia fatta di conferenze pubbliche e incontri riservati, dove si mescolano colossi della tecnologia e attivisti per i diritti umani, leader mondiali e rappresentanti di popoli indigeni. Tuttavia, quest’anno, il messaggio più forte emerso dalla località svizzera sembra essere proprio quello del disordine, inteso come frammentazione e mancanza di una visione comune di fronte alle crisi globali. Un problema, più che una soluzione, che rischia di avere ripercussioni negative sulla crescita economica mondiale, già minata da tensioni geopolitiche e da politiche unilaterali, come quelle portate avanti da Trump, le quali indeboliscono il sistema degli alleati tradizionali.

Il peso di una tragedia e la ricerca di un senso

Su tutto, quest’anno, è calata l’ombra di una tragedia che nulla ha a che fare con gli affari o la geopolitica, ma che ha toccato profondamente la sensibilità della regione: la strage di Crans-Montana, nella notte di San Silvestro, dove persero la vita quaranta giovani. Un evento luttuoso che ha inevitabilmente sollevato interrogativi sul senso e sull’utilità di tali raduni dorati, facendo brillare in modo diverso, e più sinistro, le cime alpine. Mentre l’America di Trump procede nel suo percorso solitario e le élite di Davos faticano a trovare una bussola, il mondo appare più frammentato e insicuro, con istituzioni internazionali in affanno e scenari che richiederebbero, al contrario, coordinamento e fiducia.

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