Zelensky e la linea dell’alto tradimento: perché il Donbass non è negoziabile

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Se Volodymyr Zelensky, di fronte alle pressioni convergenti di Mosca e della nuova amministrazione statunitense, apponesse la sua firma su un documento che sancisca la cessione del Donbass, si troverebbe immediatamente nella condizione giuridica di essere accusato di alto tradimento. È questa, forse più di qualsiasi altra considerazione strategica, la linea rossa assoluta che il presidente ucraino non può varcare, un vincolo costituzionale e politico che irrigidisce qualsiasi prospettiva negoziale. La posta in gioco, del resto, non è soltanto territoriale ma riguarda la sopravvivenza stessa dello stato e della sua leadership, strette in una morsa dalla quale è sempre più complicato districarsi. La tragedia dell’invasione, che ha segnato profondamente il paese, sembra avviarsi verso un epilogo forzato dalle nuove dinamiche internazionali, con Donald Trump che, insediatosi nuovamente alla Casa Bianca, ha di fatto deciso di tagliare i ponti con Kiev, privandola del supporto militare e finanziario indispensabile per continuare la resistenza.

Il punto di non ritorno militare e politico

La posizione delle forze armate ucraine, espressa senza ambiguità dal comandante in capo Oleksandr Syrsky, è netta: per Kiev sarebbe "inaccettabile" cedere territori in un eventuale accordo. Una "pace giusta", secondo questa visione, potrebbe materializzarsi soltanto a condizione di un congelamento dei combattimenti lungo le attuali linee del fronte, per poi aprire un negoziato da una posizione che, se non di forza, non sia però di totale sottomissione. Tuttavia, questa fermezza istituzionale si scontra con una realtà operativa sempre più precaria, dato che la prosecuzione del conflitto senza un robusto sostegno esterno appare, oggettivamente, un’impresa impossibile. La fine della guerra diventa dunque ineluttabile non per una scelta, ma per una necessità dettata dalla carenza di mezzi, creando un paradosso drammatico tra la volontà di resistere e la capacità di farlo.

Le mosse di Mosca e il silenzio di Washington

Mentre da Kiev arrivano dichiarazioni di principio, la diplomazia russa prosegue il suo lavoro, concentrandosi sul consolidamento delle relazioni con i propri partner strategici, come dimostrano gli incontri a Nuova Delhi incentrati sul rafforzamento degli scambi commerciali e sulle garanzie energetiche. Vladimir Putin, dopo aver ribadito le sue pretese territoriali, sembra aver lasciato cadere il tema del negoziato pubblico, adottando una tattica di attesa fiduciosa nelle pressioni indirette che Trump può esercitare sull’Ucraina. Da Washington, infatti, non giungono più i messaggi di incoraggiamento di un tempo, ma piuttosto un silenzio carico di implicazioni, che di fatto legittima le richieste del Cremlino. Questo mutato scenario internazionale, dove gli Stati Uniti sembrano avere convenienze che li legano a potenze come la Cina e, di riflesso, alla Russia, lascia Kiev in un isolamento pericoloso.

Il vincolo giudiziario che pesa sul negoziato

Al di là delle dichiarazioni pubbliche, il vero freno a qualsiasi ipotesi di compromesso territoriale risiede nelle conseguenze penali che investirebbero il presidente. L’accusa di alto tradimento non è un’ipotesi astratta, ma un reato ben definito, che rende la firma su una cessione di territori un atto autodistruttivo per chiunque lo compia. Questo elemento, di cui si parla meno ma che spiega molto della rigidità ucraina, trasforma la questione del Donbass da oggetto di trattativa a vero e proprio tabù politico-giuridico. Il negoziato, pertanto, si arena non solo sulle posizioni di principio o sulla cartina geografica, ma su un intrico di fattori interni che vincolano l’azione del governo, il quale deve rispondere non solo a un nemico esterno ma anche alle proprie leggi e alla propria opinione pubblica, ancora profondamente segnata dagli orrori della guerra.

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