Il pasticcio dei premi rimpatri e lo scontro tra governo e avvocatura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il decreto Sicurezza, che il governo si appresta a blindare con la fiducia a Montecitorio, ha inciampato in un ostacolo tanto imprevisto quanto rivelatore: la norma che prevedeva un compenso di 615 euro per gli avvocati, erogabile solo a seguito dell’effettivo rimpatrio del migrante assistito, ha scatenato una reazione a catena capace di coinvolgere il Quirinale, il Consiglio nazionale forense e i principali costituzionalisti. L’emendamento, inserito in Senato senza un preavviso che ha lasciato interdetta la stessa categoria destinataria, mirava a incentivare i rimpatri volontari, ma si è trasformato in un caso di scuola su come non si debba legiferare. Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, ha parlato apertamente di una "tempesta", ribadendo un concetto tanto semplice quanto spesso dimenticato negli equilibri di Palazzo: l’avvocato deve restare libero, e il suo ruolo – ha aggiunto – dev’essere percepito come un bene comune, non come un ingranaggio nelle maglie di una procedura amministrativa finalizzata all’allontanamento.

Il cortocircuito costituzionale secondo Azzariti

Se la reazione dell’avvocatura è stata di pancia e di principio, il professor Gaetano Azzariti ha fornito il crisma della scienza giuridica a quella che lui stesso non ha esitato a definire una "degenerazione del processo legislativo, senza precedenti". Il costituzionalista, interpellato sull’evoluzione della vicenda, ha visto nella meccanica del premio – un corrispettivo legato al risultato della partenza dello straniero e non all’attività professionale svolta – una violazione strutturale del diritto di difesa sancito dall’articolo 24 della Carta. Non solo: l’imbarazzo generato in Parlamento, con la maggioranza che ha tentato prima di minimizzare ("non c’è nessun pasticcio", sono state le parole della presidente del Consiglio) e poi di correre ai ripari, rappresenta per Azzariti la prova di un malessere più profondo. È il sintomo di una deriva in cui le Camere vengono "svilite" e la loro funzione legislativa viene compressa da un esecutivo che, come accaduto in questa circostanza, si trova a dover rimediare in corsa a un emendamento mal concepito, finito sotto la lente di ingrandimento del Colle per i suoi profili di illegittimità.

Il precedente del 2006 e la "legge nata morta"

La memoria istituzionale corre lontano, fino all’inverno del 2006, quando un altro governo – quello di Romano Prodi – fu costretto a una marcia indietro fulminea. Allora si trattò del famigerato "comma Fuda" che aboliva i reati contabili; l’allora ministro Antonio Di Pietro annunciò a muso duro che il misfatto non avrebbe prodotto effetti, cancellando la norma in poche ore. Oggi lo scenario si ripete con minore enfasi ma con la stessa urgenza: il decreto Sicurezza rischiava di arrivare al capo dello Stato con un articolo che molti, dall’opposizione ai giuristi più autorevoli, giudicano incostituzionale. La soluzione ipotizzata per uscire dall’angolo – quella di un decreto ad hoc per sterilizzare la norma incriminata – restituisce l’immagine di un Parlamento che approva testi già sapendo di doverli correggere il giorno dopo. È il trionfo della decretazione d’urgenza che si morde la coda, dove lo strumento pensato per i terremoti diventa l’ordinario veicolo di norme che, come ha sottolineato il mondo accademico, nascono già mortificate da vizi di legittimità sostanziale.

La difesa del ruolo e il "no" secco del Consiglio nazionale forense

A spezzare la lancia a favore della separatezza delle funzioni è stato proprio l’organismo presieduto da Greco, che ha rivendicato con forza la necessità di non essere "condizionati". La posizione del Consiglio nazionale forense è stata netta: la categoria non può essere trasformata in un terminale operativo del Viminale per la gestione dei flussi, né tantomeno i professionisti possono vedersi corrisposto un compenso che, nella sostanza, configura un incentivo al risultato. Sarebbe stato un vulnus, spiegano i rappresentanti dell’avvocatura, alla leale e corretta assistenza del cliente; un cortocircuito deontologico per cui il difensore finirebbe per avere un interesse diretto – quello economico – a che il proprio assistito lasci il territorio nazionale. Una prospettiva inaccettabile, che ha fatto dire ai penalisti che quella previsione era incompatibile con i principi più elementari della professione. La marcia indietro, imposta dalla realtà fattuale e dalle rimostranze del Quirinale, ha restituito dignità a un principio che sembrava scontato ma che in questa legislatura va continuamente rimesso al centro: quello della piena autonomia dell’avvocatura, che non può essere piegata a fini di politica migratoria, nemmeno quando questi vengono rivestiti dei panni dell’efficienza burocratica.

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