Decreto sicurezza e premi rimpatri, il governo prova la “correzione” dopo i rilievi del Colle

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga giornata parlamentare, che si è trascinata tra colpi di scena e rinvii, ha consegnato un'immagine chiara dell’esecutivo alle prese con una complessa operazione di “chirurgia” normativa. La norma, quella contestatissima che prevedeva un incentivo di 615 euro per gli avvocati – erogabile soltanto a fronte dell’esito positivo del rimpatrio volontario del migrante assistito –, aveva infatti sollevato un polverone giuridico e politico destinato a lasciare il segno. La soluzione, emersa al termine di un serrato confronto tra il sottosegretario Alfredo Mantovano e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, punta a scongiurare il rischio di un rinvio o di una pronuncia di incostituzionalità, intervenendo con un decreto “correttivo” che viaggerà in parallelo rispetto al provvedimento madre.

Francesco Greco, presidente del Consiglio nazionale forense, è stato tra i primi a prendere le distanze da quella che ha definito una “tempesta” destinata a influenzare il ruolo del difensore. Se, da un lato, la categoria attende ancora l’attuazione di un altro decreto – una beffarda sovrapposizione temporale che ne blocca altre rivendicazioni –, dall’altro Greco ha rivendicato con fermezza l’assoluta libertà dell’avvocatura: “Sbagliato volerci condizionare”, ha dichiarato, ribadendo come il diritto di difesa non possa essere piegato a logiche premiali o dissuasive. L’organismo, che ha parlato apertamente di “illegittimità” della disposizione originaria, si è dunque smarcato con decisione, sottolineando come il contributo economico non debba mai trasformarsi in un meccanismo che alteri il rapporto fiduciario con il cittadino.

Il costituzionalista Azzariti e le “tracce di degenerazione” del processo legislativo

La vicenda, tuttavia, non ha suscitato critiche soltanto tra le toghe. A gettare benzina sul fuoco è stato il professor Gaetano Azzariti, costituzionalista di chiara fama, che ha letto nella gestione della pratica “rimpatri” un sintomo di una malattia più profonda del sistema. “Tracce di una grave degenerazione”, le ha definite, sottolineando come l’intero iter dimostri uno svilimento delle Camere, messe di fronte al fatto compiuto. Azzariti, interpellato sulle rassicurazioni provenienti da Palazzo Chigi – dove la presidente del Consiglio ha smentito con forza l’esistenza di un “pasticcio” –, ha replicato seccamente: l’imbarazzo generato dal tentativo di introdurre incentivi incostituzionali resterà negli annali. La sensazione, per il giurista, è che si sia assistito a un cortocircuito tra i poteri, dove l’urgenza di blindare il provvedimento ha finito per mettere in ombra la qualità della legge, ignorando le più elementari prerogative del Parlamento.

Sullo sfondo, si materializza l’ennesimo paradosso dell’abuso della decretazione d’urgenza. Uno strumento, quest’ultimo, pensato per calamità naturali o emergenze improvvise, ma che nella prassi è diventato la spina dorsale dell’azione di governo. La beffa, in questo caso, è che la “cura” per sanare il vizio di costituzionalità – ovvero il nuovo decreto correttivo annunciato per venerdì – arriverà sulla scrivania del Colle quasi in contemporanea con la legge difettosa. Un’inversione di tendenza che, se da un lato evita il fallimento dell’intero impianto, dall’altro conferma la fragilità di un sistema in cui si legifera a colpi di rattoppi.

L’effetto valanga e le reazioni sull’asse Colle-governo

Nel frattempo, l’aula di Montecitorio è stata teatro di una bagarre incessante. Le opposizioni, guidate dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle, hanno tentato in tutti i modi di rallentare l’iter, mettendo in luce le contraddizioni di una maggioranza che, almeno inizialmente, sembrava aver sottovalutato la portata della questione. Le parole di Piantedosi, che ha parlato di “sensibilità” da recepire, hanno confermato l’esistenza di un’arretrata linea di frattura. La scelta di porre la fiducia sul provvedimento, pur garantendo i tempi stretti della conversione – il decreto scade il 25 aprile –, ha acuito la tensione, spingendo i gruppi di minoranza a occupare simbolicamente i banchi del governo per protestare contro l’abuso della questione di fiducia.

La mossa, studiata a tavolino per evitare la terza lettura al Senato (che sarebbe stata inevitabile in caso di modifiche sostanziali), dimostra la volontà dell’esecutivo di chiudere la partita a tutti i costi. L’operazione “decreto correttivo” separa infatti i due piani: il primo testo diventa legge, sia pure con i suoi vizi, mentre un secondo intervento normativo ne sterilizza immediatamente gli effetti più controversi, allargando la platea dei beneficiari e scollegando il compenso dall’esito della pratica. Un artificio tecnico, già sperimentato in passato con il celebre “comma Fuda”, che consente di salvare la faccia senza dover ritirare il provvedimento originale.

Il peso della “necessità” e i conti con la deontologia

A pagare il prezzo più alto di questa altalena legislativa è però la percezione stessa della funzione dell’avvocatura. Il Consiglio nazionale forense, nella sua presa di posizione, ha voluto rimarcare come la difesa tecnica debba restare un “bene comune”, non un ingranaggio della macchina dei rimpatri. L’idea di un patrocinio “infedele” – dove il professionista è spinto da un interesse personale a convincere il proprio assistito a lasciare il territorio – ha urtato la sensibilità di una categoria già provata da anni di attese e risorse scarse. La pioggia di emendamenti presentati dalle opposizioni, oltre 1200, è servita solo a ingolfare una macchina che, alla fine, ha viaggiato ugualmente spedita grazie ai binari della fiducia.

Ora, lo sguardo è puntato sulla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Se il meccanismo dei due decreti funzionerà come annunciato, il governo potrà vantare un risultato politico senza subire lo smacco di un rinvio formale da parte del Capo dello Stato. Tuttavia, la vicenda lascia strascichi pesanti: per la prima volta, forse, l’abnorme ricorso alla decretazione d’urgenza ha mostrato tutti i suoi limiti strutturali, generando un contenzioso costituzionale che, sebbene rientrato, ha umiliato il ruolo centrale del Parlamento nella produzione della legge.

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