Il “premio” per i rimpatri e quel silenzio teso del Colle sul decreto sicurezza
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Redazione Interno
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C’è una norma, incastonata dentro il decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni, che ha trasformato una pratica burocratica – i rimpatri volontari assistiti – in un campo minato giuridico. Al centro della discordia, un compenso di 615 euro riconosciuto all’avvocato “all’esito della partenza dello straniero”, una clausola che ha fatto immediatamente storcere il naso a non pochi penalisti e, a ruota, alle associazioni magistratuali. Per capire la portata della questione, occorre però partire da un principio elementare: l’avvocato, nel sistema italiano, è il garante dei diritti del suo cliente, non un ausiliario del governo, né tantomeno un esattore di rimpatri a risultato. Eppure, il meccanismo previsto dal provvedimento – varato dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio dopo una gestazione lunghissima – sembra disegnare proprio questa inversione di ruoli, offrendo un incentivo economico legato all’esito dell’allontanamento.
Il silenzio del Quirinale e il conflitto evitato per un soffio
Nelle stanze del Quirinale, in queste ore, si respira un’atmosfera innaturale. Un silenzio particolare, denso di calcoli e di attese, avvolge il presidente Sergio Mattarella e i suoi più stretti collaboratori. L’imperativo categorico, per lui, resta sempre lo stesso: evitare uno scontro frontale con Palazzo Chigi. Ma stavolta la consegna del silenzio è stata ancora più ferrea, perché il conflitto con il Colle – lo si è capito fin dalle prime reazioni – è apparso non tanto un obiettivo dichiarato del decreto, quanto una questione quasi bagatellare per l’esecutivo di Giorgia Meloni. Nessuna rottura plateale, dunque, ma una tensione sotterranea che ha accompagnato l’iter del provvedimento fino alla vigilia del voto finale, previsto per venerdì alla Camera.
Fiducia e correttivi: il rebus degli emolumenti agli avvocati
Il governo ha messo la fiducia sul testo, incassando alla Camera 203 voti favorevoli, 117 contrari e 3 astenuti. Ora l’esame proseguirà con la discussione e il voto dei 145 ordini del giorno, prima del via libera definitivo atteso per venerdì mattina. Trentatré sono gli articoli che hanno ricevuto la fiducia, ma quello sui compensi – definito da alcuni “premio al rimpatrio” – ha fatto letteralmente saltare sulla sedia gli avvocati. E con loro, seppur indirettamente, anche i magistrati, preoccupati per la deriva funzionale della professione legale. La norma, nella sua formulazione originale, prevede che il contributo di 615 euro venga riconosciuto solo “all’esito della partenza dello straniero”, una condizione che trasforma il difensore in una sorta di compartecipe amministrativo del programma di allontanamento.
Le norme giuridiche e lo statuto dell’avvocato tradito
Vi sono norme giuridiche che, nel disciplinare attività anche di rilievo costituzionale, non si limitano a scolpire lo statuto di chi le esercita. Esse danno, piuttosto, un indirizzo finalistico alle attività stesse, rendendolo esemplare e inderogabile – talvolta persino attraverso accorgimenti di sapore praticamente elusivo. Il fondamento della professione dell’avvocato va rinvenuto nel comma 2 dell’articolo 24 della Costituzione, là dove si sancisce l’inviolabilità del diritto di difesa. Ebbene, legare il compenso a un risultato – il rimpatrio – anziché all’attività difensiva in sé, rischia di violare proprio quel nucleo duro. Non a caso, il governo si è trovato con le spalle al muro, tanto da ipotizzare un correttivo in extremis: da venerdì, dopo il voto finale, la palla passerà nuovamente al Colle per la firma. Ma il testo che arriverà sul tavolo di Mattarella sarà ancora quello che ha fatto infuriare gli avvocati, oppure verrà ripulito dalle sue storture più evidenti? Nessuna certezza, per ora, solo la consapevolezza che un silenzio così pesante, al Quirinale, non si sentiva da tempo.




