L’emendamento sui rimpatri, il silenzio del Senato e la “nota esplicativa” del Colle

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La dinamica, a rileggere il verbale di quei giorni, appare tanto lineare nei fatti quanto opaca nei tempi politici. L’emendamento – quello che riconoscerebbe un bonus di 650 euro a ogni avvocato per ogni straniero disposto a lasciare volontariamente l’Italia – è stato approvato in Aula al Senato venerdì 17 aprile, senza che nessun intervento, né tra i banchi della maggioranza né, cosa ancor più rilevante, tra quelli dell’opposizione, ne denunciasse la portata. Nessuno strillo, nessuna richiesta di ritirarlo. Poi, il silenzio per tre giorni, interrotto solo quando il caso è esploso domenica, come se qualcuno avesse atteso il momento più esposto mediaticamente per “scoprire” quel che era già scritto a chiare lettere nel testo approvato.

Il paradosso del riconoscimento economico e il precedente di New York

Il provvedimento, che pure richiama alla mente – per somiglianza d’intenti, non certo per contesto giuridico – alcune misure adottate dal sindaco democratico e afroamericano di New York, Eric Adams, per gestire i flussi migratori nella metropoli americana, si scontra qui con un muro costituzionale ben più alto. Perché tradurre in denaro, seppur come “compenso professionale”, la cooperazione di un avvocato al rimpatrio volontario di un migrante, tocca il nervo scoperto del conflitto d’interessi e della dignità della difesa tecnica. E c’è un’altra curiosità, non da poco: il calendario parlamentare racconta che il gruppo di chi ha messo il nome su quell’emendamento – Lisei, Occhiuto, Pirovano, Gelmini – ha agito senza incontrare resistenze. Il che solleva un interrogativo: si è trattato di sonnolenza della vigilanza democratica, o di una deliberata sottovalutazione destinata a trasformarsi, a cose fatte, in polverone?

La maratona notturna a Montecitorio e l’insurrezione delle opposizioni

Mentre il Colle, nella persona del presidente della Repubblica, medita di accompagnare la firma sul decreto sicurezza (prevista per oggi) con una «nota esplicativa» al paese, alla Camera accade altro. La maggioranza, attraverso la richiesta del deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci, impone una seduta “fiume” per blindare il provvedimento. Una maratona notturna – ottenuta con 66 voti di scarto dopo la riunione dei capigruppo – che ha fatto letteralmente insorgere l’opposizione, accusata di voler solo prendere tempo. Di fatto, mentre si varerà in Consiglio dei ministri un decreto correttivo parallelo per cancellare quella contestatissima norma sugli avvocati, l’Aula di Montecitorio procede spedita, blindando il resto del pacchetto.

La piazza, i movimenti e la discrezionalità contestata

Fuori, nel centro di Roma tra piazza Capranica e Montecitorio, cala il tramonto ma non la tensione. Il presidio convocato dalle reti No Kings si fa sentire, con un grido specifico: «Ancora una volta stanno usando la decretazione d’emergenza per ridurre libertà e diritti di cittadinanza». Al microfono, i portavoce denunciano «norme che aprono spazi di discrezionalità enormi», senza fare sconti a nessuno. Nessuna esultanza, ma la percezione chiara che il governo, sulla sicurezza, abbia incassato un pasticcio giuridico prima ancora che politico. La “nota esplicativa” del presidente Mattarella, se arriverà, sarà il sigillo su una vicenda che ha insegnato una cosa: a volte, in parlamento, il silenzio dura tre giorni. Poi arriva il risveglio.

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