L’emendamento sui rimpatri passa in Senato senza strilli: tre giorni dopo si desta il Colle
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Redazione Interno
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L’approvazione, silenziosa quanto rapida, arrivata nella tarda serata di venerdì 17 aprile tra i banchi di Palazzo Madama, cela un’architettura normativa destinata a esplodere come un caso politico solo tre giorni più tardi, quando i riflettori si sono inevitabilmente spostati dal testo scritto alla sua applicazione pratica sull’immigrazione. L’emendamento, quello sottoscritto tra gli altri dai senatori Lisei, Occhiuto, Pirovano e Gelmini, introduceva un meccanismo che subordina il compenso per gli avvocati – un bonus di circa 615-625 euro – all’effettiva partenza del migrante assistito verso il paese d’origine; un dettaglio, quest’ultimo, che trasforma il rapporto fiduciario tra legale e assistito in un conflitto di interessi strisciante, dove il diritto di difesa finisce per essere piegato alla logica del risultato. Nessun intervento durante la seduta del Senato aveva accennato a ciò che di lì a poche ore sarebbe stato definito dalle opposizioni come "arroganza al potere", dando spazio a un silenzio che oggi appare quanto meno imbarazzante per la maggioranza.
L’ombra lunga di Mantovano e la telefonata che poteva evitare il caso
Se c’è un nome che i parlamentari, specialmente quelli leghisti, pronunciano sottovoce quando si parla di gestione del pasticcio normativo, quello è Alfredo Mantovano, il sottosegretario a Palazzo Chigi che di fatto ha cucito a maglia i dettagli giuridici di questo decreto sicurezza. È lui, lo si apprende dalle ricostruzioni dei dietro le quinte parlamentari, l’uomo che aveva già monitorato il provvedimento attraverso la sua "lente di giurista", ma la sorpresa vera è emersa solo quando, tra lunedì e martedì scorsi (20 e 21 aprile), la voce che il presidente Sergio Mattarella non avrebbe messo la firma sul testo ha iniziato a circolare con insistenza nei palazzi romani. Il Capo dello Stato, va ricordato, non ha atteso l’approdo ufficiale della legge sul proprio tavolo per segnalare i rilievi; anzi, ha convocato Mantovano al Colle per un faccia a faccia durato oltre quaranta minuti, durante il quale avrebbe esplicitamente chiesto una modifica radicale del meccanismo di remunerazione dei legali.
Lo scontro in aula e le parole di Schlein sull’anima della professione
Il dibattito è esploso con una violenza retorica proporzionale al silenzio che ne aveva preceduto l’approvazione; a raccogliere il testimone della contestazione è stata la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, che in un intervento tanto acceso quanto calibrato ha attaccato il governo su quattro fronti distinti, senza lasciare margini alla mediazione. "Come vi è venuto in mente", ha scandito Schlein rivolgendosi ai banchi della maggioranza, "di scrivere una norma che piega la nobile professione dell’avvocato a essere mero esecutore della volontà di chi governa sui rimpatri?". Un attacco che ha messo in luce le contraddizioni di una misura che, da un lato, incentiva l’esodo volontario con un premio economico diretto al consulente legale e, dall’altro, cancella il gratuito patrocinio per molti migranti che decidessero di opporsi all’espulsione – creando di fatto un sistema a doppio binario premiante solo chi convince il cliente ad andarsene.
La difesa della premier e la meccanica dell’incentivo
La replica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è fatta attendere, ma ha confermato una linea di tenuta piuttosto che di correzione di rotta; la premier, intervenendo a margine di un evento pubblico, ha infatti definito l’emendamento come "una norma di assoluto buon senso", sostenendo la necessità di incentivare i rimpatri volontari assistiti così come l’Europa stessa richiede. Quello che sfugge ai più, nel ginepraio tecnico dell’articolo 30-bis, è la perversa architettura economica sottesa al provvedimento: una sorta di "pagamento a risultato" che distorce completamente l’articolo 24 della Costituzione, dove il diritto alla difesa è sancito come inviolabile e non condizionabile da esborsi statali legati all’esito della causa. Il Consiglio nazionale forense, interpellato dalla stampa, ha fatto sapere di non essere stato mai informato né prima né durante l’iter parlamentare, chiedendo formalmente l’azzeramento del proprio ruolo in una partita che vede i legali trasformati, loro malgrado, in agenti delle politiche di rimpatrio.




