Decreto sicurezza, il Quirinale vigila sull’emendamento che “premia” gli avvocati dei rimpatri
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Redazione Interno
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Il provvedimento, che il governo sta tentando di blindare con un voto di fiducia alla Camera entro la scadere del 25 aprile, contiene una norma destinata a far discutere gli esperti di diritto costituzionale e l’intero mondo forense. L’articolo 30-bis, inserito nel testo unico sull’immigrazione, prevede infatti un meccanismo anomalo: un compenso da 615 euro per l’avvocato che segue la pratica di rimpatrio volontario del proprio assistito, riconosciuto però solo “ad esito della partenza” dello straniero verso il paese d’origine. Questa logica, che lega il diritto al pagamento non all’opera prestata bensì al successo della procedura amministrativa (quella del rimpatrio), è finita sotto la lente d’ingrandimento del Colle, dove il presidente Mattarella monitora con attenzione la tenuta costituzionale del testo.
Il nodo dell’incostituzionalità e il ruolo del Consiglio nazionale forense
Il punto critico, che ha fatto scattare l’allarme nei palazzi della politica e della magistratura, risiede nella potenziale violazione dei principi fondamentali del diritto di difesa. Prevedere un incentivo economico che scatta solo se il migrante decide di rientrare, di fatto introduce una logica premiale che stravolge il ruolo del legale, piegandolo agli obiettivi statistici dello Stato. A ciò si aggiunge un altro profilo di conflitto: la norma coinvolge il Consiglio nazionale forense (Cnf), affidandogli un ruolo operativo nella gestione e nella corresponsione di questi compensi, una funzione che l’ente stesso ha definito estranea alle proprie competenze istituzionali. Il presidente Francesco Greco, interpellato sulla vicenda, ha chiarito che l’organismo “non può fare da tesoreria né erogare denaro ai legali”, specificando di essere venuto a conoscenza del suo coinvolgimento solo attraverso i giornali, senza alcuna preventiva interlocuzione parlamentare o governativa. Questa anomalia procedurale ha spinto l’Organismo congressuale forense a proclamare lo stato di agitazione dell’intera categoria, chiedendo un intervento immediato per depennare i riferimenti al Cnf.
La stretta del Quirinale e il colloquio Mantovano-Mattarella
Mentre le commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera procedevano nell’esame del decreto (circondato da una mole di emendamenti presentati dalle opposizioni), l’attenzione si è concentrata sul silenzio eloquente del Colle. Secondo quanto filtrato dagli ambienti parlamentari, il presidente della Repubblica non avrebbe gradito la formulazione attuale, ritenendo che quella norma (definita da più parti come un “premio” o una “taglia” sul rimpatrio) rischi di non superare il vaglio di costituzionalità. Per sondare il terreno e cercare una mediazione che eviti il rinvio del testo alle Camere (o una promulgazione accompagnata da una lettera di rilievi), il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è recato al Quirinale nel pomeriggio di ieri per un colloquio diretto con Mattarella. L’incontro, che si è svolto a porte chiuse, aveva lo scopo di verificare se esistano margini per una correzione in extremis, sebbene i tempi tecnici per una riformulazione sostanziale appaiano estremamente ridotti.
Le reazioni dell’avvocatura e della magistratura
Il malcontento, tuttavia, non riguarda solo i vertici istituzionali. La base forense e parte della magistratura hanno espresso un dissenso netto e senza mezzi termini. L’Unione delle Camere penali, in una nota ufficiale, ha parlato di una disposizione “incompatibile con la Costituzione” perché trasforma il difensore in uno strumento delle politiche di remigrazione, ledendo la libertà e l’indipendenza della professione. Anche l’Associazione nazionale magistrati (Anm) ha manifestato “sconcerto”, osservando come un simile meccanismo contrasti con l’idea stessa della difesa tecnica, che deve rimanere estranea a logiche di risultato imposte dall’amministrazione. Tra gli scranni del Parlamento, la maggioranza tenta di minimizzare l’impatto della bufera, ipotizzando soluzioni alternative come ordini del giorno che spostino la disciplina attuativa a decreti successivi, mentre le opposizioni (dal Partito Democratico a +Europa) attaccano senza sosta, definendo la norma una “vergogna normativa” ispirata a modelli di espulsione di massa lontani dalle garanzie dello stato di diritto italiano.




