Il “così non va” di Mattarella ferma il decreto sicurezza: la norma sugli avvocati e quei 615 euro per i rimpatri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tensione, quella vera, quella che si respira negli anticamere del potere quando il Capo dello Stato smette i panni del garante super partes e indossa quelli – per usare un eufemismo – del “pontiere” critico, è culminata in un faccia a faccia di tre quarti d’ora. Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio spesso descritto come l’uomo dei dialoghi difficili, è salito al Quirinale per incontrare Sergio Mattarella, e ne è uscito con un messaggio chiarissimo da riportare a Palazzo Chigi: “Così non va”. L’oggetto del contendere, che per ore ha rischiato di far deragliare l’intero impianto normativo, è una norma apparentemente tecnica, sepolta tra le pieghe del decreto Sicurezza, che prevede un compenso di 615 euro per gli avvocati, ma solo a condizione che il loro assistito – un migrante – venga effettivamente rimpatriato. Una sorta di incentivo, insomma, legato al risultato, che ha acceso il faro del Colle e scatenato un vespaio di reazioni nel mondo forense.

L’emendamento contestato e la serata di caos a Palazzo Madama

Non è stata una giornata semplice per la maggioranza, e la fibrillazione è diventata palpabile quando, intorno alle undici di sera, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni ha annunciato in aula che non ci sarebbe stato alcun emendamento correttivo. La decisione, apparentemente un passo indietro, nascondeva in realtà il timore opposto: se avessero riaperto il testo, l’ostruzionismo delle opposizioni avrebbe potuto far slittare l’iter, facendo decadere il provvedimento che ha una scadenza fissata al 25 aprile. La norma finita nel mirino, l’articolo 30-bis del decreto-legge n. 23/2026, è un meccanismo che modifica la disciplina del rimpatrio volontario assistito: prevede che il Consiglio nazionale forense (Cnf) venga coinvolto nella gestione di questi compensi, ma lo stesso ente ha chiarito, con una nota secca, di non essere mai stato informato né consultato, né prima della presentazione dell’emendamento né dopo la sua approvazione, chiedendo di essere rimosso da un ruolo che non gli compete.

Ma è il cuore della disposizione a sollevare i dubbi più profondi, specialmente tra le toghe e gli avvocati. L’avvocato, in questo schema, viene retribuito non per il tempo speso o la complessità del caso, ma “ad esito della partenza dello straniero”. Tradotto: se il migrante cambia idea o decide di lottare per restare, il professionista resta a mani vuote. Un approccio che, come sottolineato da più parti, rischia di trasformare il difensore in un ingranaggio della macchina amministrativa, un facilitatore dei piani governativi piuttosto che un baluardo delle garanzie costituzionali.

L’indignazione dell’avvocatura: “Un attacco all’indipendenza”

Le reazioni non si sono fatte attendere, e hanno oltrepassato i confini della normale dialettica politica. L’Organismo congressuale forense ha proclamato lo stato di agitazione, mentre l’Unione delle camere penali ha parlato senza mezzi termini di “apologia dell’infedele patrocinio”. Il ragionamento, in sé, è lineare ma cogente: il codice deontologico impone all’avvocato di agire nell’interesse esclusivo del cliente. Se lo Stato offre un premio di 615 euro condizionato all’abbandono del territorio, si crea un conflitto di interessi endemico, una spada di Damocle che pende sul consiglio legale. Dovrà consigliare il ricorso, rischiando di perdere il compenso, o spingere per la via del rimpatrio, assecondando l’esecutivo?

A Roma, l’avvocato Michela Scafetta ha provato a mettere i puntini sulle ‘i’, ricordando che in un sistema costituzionale il diritto di difesa non può essere piegato a logiche di risultato. È una critica che trova eco anche nell’Associazione nazionale magistrati, la quale ha espresso “sconcerto” per una misura che, di fatto, lega il premio economico all’insuccesso della strategia difensiva. Sullo sfondo, restano le ipotesi per uscire dall’impasse: si parla di un possibile nuovo decreto correttivo, limitato alla sola abrogazione della norma incriminata, una sorta di marcia indietro per evitare lo scontro istituzionale che sembrava ormai inevitabile.

Il centro in Albania e il minorenne di Pavia

Mentre il governo corre ai ripari per salvare il pacchetto sicurezza, altri fronti caldi confermano la complessità del tema migratorio. Il centro di Gjader, in Albania, quello che le opposizioni avevano dipinto come una “cattedrale nel deserto”, sembra aver trovato un suo ritmo operativo. Secondo quanto riportato, la struttura sta andando a regime, con decine di migranti trattenuti e circa 83 persone già espulse dopo l’esame delle loro posizioni. Un dato che la maggioranza rivendica come un successo della politica esterna, nonostante i precedenti stop della magistratura.

E poi c’è la cronaca, quella nera, che spesso si interseca con i numeri e le leggi. Un minorenne di origine egiziana è stato indicato come presunto responsabile dell’uccisione di un ragazzo a Pavia, avvenuta con un cacciavite. Un fatto grave che, sebbene non direttamente collegato alla norma sui rimpatri, alimenta il clima politico e sociale in cui il decreto sicurezza è chiamato a operare. Il governo, da parte sua, cerca di blindare il testo, anche attraverso la fiducia, per evitare che la scadenza del 25 aprile faccia cadere tutto nel vuoto, lasciando però sul tavolo una ferita aperta con il Colle e con una categoria – quella forense – che difficilmente accetterà di vedere la propria indipendenza messa all’asta per poche centinaia di euro.

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