Il decreto sicurezza e il premio per i rimpatri: la norma che fa tremare l’avvocatura e il «no» del Quirinale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Roma. Un meccanismo, quello pensato per snellire i flussi migratori, che rischia di trasformare il difensore in una sorta di esattore dell’immigrazione. L’articolo 30-bis, inserito nel pacchetto del decreto sicurezza (23/2026), aveva infatti introdotto un principio destinato a sollevare un polverone giudiziario e politico: riconoscere un compenso – una cifra che si aggira attorno ai 615 euro – all’avvocato il quale, nell’ambito di un programma di rimpatrio volontario, riesca a convincere il proprio assistito a fare ritorno nel Paese d’origine. Una misura che, se da un lato si proponeva di incentivare le partenze, dall’altro finiva per legare il compenso del legale non all’opera prestata, bensì al risultato ottenuto.

E’ stata la stessa Michela Scafetta, avvocato penalista con studio a Roma, a mettere il dito nella piaga di quella che molti considerano una “taglia” istituzionale: «In un sistema costituzionale, il diritto di difesa non può essere piegato a logiche di risultato». Una dichiarazione, la sua, che ha fatto da eco alle preoccupazioni già emerse nei palazzi della giustizia, dove si teme che un simile approccio possa compromettere il rapporto fiduciario tra cliente e difensore, introducendo un conflitto d’interessi laddove invece dovrebbe prevalere la massima trasparenza. Se il denaro arriva solo se il migrante se ne va, viene da chiedersi se il legale sarà ancora libero di assistere il proprio cliente nella richiesta di protezione internazionale, o se subirà una pressione indiretta a orientarlo verso l’opzione del rimpatrio.

L’ombra del Consiglio nazionale forense e la frenata del Colle

Nel testo originario, si faceva un esplicito riferimento a un possibile coinvolgimento del Consiglio nazionale forense (Cnf) nella gestione di questi compensi, quasi come fosse una sorta di tesoreria di categoria. Peccato che nessuno abbia mai informato l’organismo di vertice dell’avvocatura italiana. Lo stesso Cnf, con una nota secca, ha chiarito di non essere stato mai consultato: né in fase di scrittura dell’emendamento, né durante l’iter parlamentare che lo aveva licenziato dal Senato. Una presa di distanza netta, quella dell’ente presieduto da Francesco Greco, che ha parlato apertamente di incompatibilità con le proprie funzioni istituzionali, chiedendo a gran voce la cancellazione della clausola.

La situazione è rapidamente degenerata fino a richiedere l’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il Quirinale, dopo aver acceso un faro sulla questione, ha convocato il sottosegretario Alfredo Mantovano per un faccia a faccia risolutivo. La diagnosi del Colle è stata inappellabile: così com’è scritta, la norma non può diventare legge. Si è parlato apertamente di rischi di incostituzionalità, un’ipotesi che avrebbe potuto portare addirittura al rinvio alle Camere e alla conseguente decadenza dell’intero decreto, in scadenza il 25 aprile. Di fronte alla prospettiva di veder saltare il loro testo bandiera, la maggioranza ha dovuto fare marcia indietro, correndo ai ripari per sterilizzare l’ordigno prima che esplodesse.

La reazione dell’opposizione e la battaglia in aula

Mentre il governo cercava una scappatoia – tra chi ipotizzava un emendamento correttivo last minute e chi invece pensava a un ordine del giorno che impegni l’esecutivo a rivedere la norma in futuro – l’opposizione è montata in cattedra. Chiara Braga, capogruppo del Partito Democratico alla Camera, ha attaccato duramente l’esecutivo, parlando di un tentativo di «picconare lo stato di diritto». Una frase, la sua, che riecheggia le preoccupazioni sollevate già nei mesi scorsi, quando il provvedimento era stato definito un’abdicazione delle garanzie costituzionali in favore di una logica securitaria fine a se stessa. Per Braga, l’intervento del Quirinale è stato provvidenziale, quasi uno «schiaffone» che ha fermato una deriva ritenuta pericolosa per l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Non è mancato, nel dibattito acceso di Montecitorio, chi ha evocato paragoni con modelli nordamericani, suggerendo che meccanismi simili a quello del premio al legale avvicinino l’Italia a prassi lontane dalla tradizione garantista europea. La sensazione, condivisa da più parti nell’aula, era che la maggioranza avesse sottovalutato la reazione di una categoria, quella forense, storicamente gelosa della propria indipendenza e poco incline a trasformarsi in un ingranaggio della macchina espulsiva.

Le conseguenze sul principio di difesa

Al di là delle polemiche politiche, è il cuore del diritto di difesa a essere stato sfiorato. L’articolo 30-bis, come sottolineato anche dall’avvocatura più attenta ai principi costituzionali, introduceva un principio di condizionamento economico che altera la natura stessa del mandato. Un avvocato, nel nostro ordinamento, è tenuto a fornire consiglio legale libero da interessi personali; se la sua parcella dipende dalla partenza del cliente, viene meno quella terzietà che è il pilastro del giusto processo. La previsione di un compenso legato al successo nel rimpatrio – un vero e proprio "premio" – rischiava di creare una sperequazione, spingendo il difensore a consigliare il rientro anche quando magari sussisterebbero i presupposti per un permesso di soggiorno o per la protezione internazionale.

Il passo indietro imposto dal Colle ha dunque evitato una ferita potenzialmente profonda al sistema delle garanzie, restituendo la questione al suo alveo naturale. Sebbene l’esecutivo abbia evitato la débâcle del rinvio presidenziale, la vicenda lascia strascichi pesanti nel rapporto tra politica e avvocatura, dimostrando ancora una volta come, sul tema dell’immigrazione, la tentazione di spingersi oltre i confini del garantismo sia sempre dietro l’angolo, pronta a scontrarsi con i paletti invalicabili della Carta fondamentale.

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