Burioni e i test di medicina, un confronto anacronistico che ignora la scuola di oggi
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Redazione Interno
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Quando il professor Roberto Burioni, virologo di chiara fama, afferma di aver potuto risolvere già in quarta liceo i test di fisica che oggi rappresentano uno scoglio per gli aspiranti medici, formula un paragone che, pur nella sua apparente semplicità, sconfina in un terreno minato. La sua dichiarazione, che mira a sottolineare una presunta carenza di preparazione negli attuali studenti, si fonda infatti su un presupposto poco scientifico: equiparare due contesti storici, formativi e sociali profondamente diversi, separati da decenni. Quel che forse intendeva dire è che, a suo tempo, possedeva le conoscenze per affrontare quelle prove; un dato personale che, però, non può essere elevato a metro di giudizio universale, trascurando completamente l'evoluzione – talvolta discutibile – dei programmi scolastici, dei metodi di insegnamento e persino delle aspettative che gravano sulle giovani generazioni.
Il dibattito infuocato dopo il "flop" del semestre filtro
Le parole di Burioni, peraltro, giungono in un momento di estrema fibrillazione per l'accesso alle facoltà di Medicina, dopo l'introduzione del cosiddetto "semestre filtro". Questo nuovo modello, concepito per rendere più graduale l'ingresso e ampliare le opportunità, ha prodotto in molti atenei effetti inattesi e criticità, al punto da far parlare di un possibile "flop". Il sistema, che prevede una selezione progressiva attraverso prove durante il primo semestre, rischia infatti di lasciare posti vacanti, generando un paradosso in un corso di studi tradizionalmente sovraffollato. Claudio Lisi, presidente dell'Ordine dei medici di Pavia, ha sottolineato come queste difficoltà fossero in gran parte prevedibili, indicando una discrepanza tra le intenzioni del legislatore e l'applicazione concreta nelle aule universitarie.
La reazione a catena e una selezione ancora in divenire
È in questo clima di incertezza che l'intervento del professore del San Raffaele ha fatto esplodere un dibattito già acceso, alimentato dai suoi post sui social network. Burioni ha rimarcato con forza come il liceo odierno possa aver "illuso" molti ragazzi e le loro famiglie, promuovendo percentuali altissime e distribuendo voti elevati, creando un divario percettivo che si infrange contro la "dura realtà" dei test selettivi. Il suo invito, perentorio, è stato a "lamentarsi di meno e studiare MOLTO di più". Tuttavia, questa visione, se da un lato pone l'accento sulla necessità di un impegno rigoroso, dall'altro sembra trascurare le oggettive disomogeneità del sistema scolastico nazionale e la natura stessa di una prova che, come evidenzia il caso del semestre filtro, è ancora in cerca di un equilibrio definitivo.
Oltre la polemica, un sistema da ripensare
La questione, in definitiva, travalica la singola polemica per investire il cuore del metodo di selezione. Concentrarsi sulle capacità individuali di decenni fa, o su presunte carenze degli studenti, rischia di distogliere l'attenzione dai nodi strutturali. Gli occhi sono ora puntati sui risultati del secondo appello e sulle eventuali mosse correttive del ministero, chiamato a ridisegnare regole che si sono rivelate, almeno in questa prima applicazione, fragili. Il percorso per diventare medici, del resto, esige sia solide basi culturali sia un meccanismo di accesso che sia equo, trasparente e realmente capace di selezionare i futuri professionisti della salute, in un panorama educativo che non è più quello del secolo scorso.




