L’indice Pmi vola a quota 52,2, ma la crescita dell’eurozona è figlia della paura
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Redazione Economia
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Il settore manifatturiero dell’eurozona ha registrato ad aprile un'accelerazione insospettabile, con l’indice Pmi che ha raggiunto quota 52,2 punti; si tratta, occorre dirlo subito, del valore più alto degli ultimi quattro anni, in netto rialzo rispetto al 51,6 di marzo. Tutti e otto i paesi dell’area considerati dal sondaggio – precisa l’istituto di ricerca – hanno superato la fatidica soglia di 50 punti, quella che separa tecnicamente la stagnazione dalla crescita. A guardare i numeri nudi e crudi, verrebbe quasi da parlare di un miracolo (visto anche il contesto geopolitico), ma la realtà che si nasconde dietro queste cifre è molto più complessa e, per certi versi, paradossale.
L’Italia corre, ma spinta dall’assedio logistico
Anche per quanto riguarda l’Italia, i dati diffusi ieri raccontano di un’impennata indiscutibile: l’indice Pmi manifatturiero tricolore è salito a 52,1 punti, toccando il massimo da quattro anni a questa parte, trainato da un aumento della produzione che non si vedeva cosí significativo da poco più di tre anni. Eppure, a fornire la spinta non è tanto la domanda interna – che anzi mostra segnali di debolezza e qualche esitazione – quanto piuttosto un fenomeno opposto: le aziende, di fronte a un conflitto in Medio Oriente che non accenna a placarsi, hanno iniziato a fare incetta di materie prime e semilavorati per proteggersi da future interruzioni. È la paura, insomma, a muovere i pistoni dell’economia.
Prezzi alle stelle per il conflitto in Medio Oriente
Questa situazione paradossale ha però un effetto collaterale pesantissimo, che rischia di vanificare gran parte dei benefici congiunturali. Il conflitto in Medio Oriente – lo stesso che spinge i magazzinieri a fare scorte – è infatti il principale responsabile dell’ennesimo peggioramento delle performance delle catene di fornitura, che ad aprile hanno registrato rallentamenti e intoppi ai massimi da quasi quattro anni. Ne deriva una pressione fortissima sui costi di approvvigionamento; l’inflazione dei prezzi dei beni, insomma, è nuovamente schizzata verso l’alto nell’eurozona, toccando a sua volta il picco quadriennale. Le imprese, per non erodere del tutto i margini, hanno iniziato a trasferire questi rincari sui listini di vendita con una velocità che non si vedeva dall’inizio del 2023.
Acquisti di guerra e ottimismo in calo
Il meccanismo, per certi versi, è quasi paradossale: i clienti finali acquistano oggi beni per paura che domani costino di più (o che non ci siano proprio), generando un’illusione di crescita dei nuovi ordini, la quale a sua volta alimenta la produzione. Le aziende campione hanno ammesso chiaramente di aver registrato acquisti anticipati su larga scala proprio per le previsioni di imminenti rialzi tariffari e di strozzature nell’offerta. Tuttavia, a guardare l’indice della produzione futura – che gli esperti di S&P Global considerano il termometro piú affidabile per capire lo stato reale dell’economia – il quadro si ribalta completamente: l’ottimismo degli imprenditori è crollato ai minimi da un anno e mezzo. Un dato, quest’ultimo, che fotografa un’industria europea sempre piú divisa tra la necessità di correre ai ripari nel breve e l’angoscia per un futuro che appare sempre piú nebuloso.




