Decreto Primo maggio, il governo prova a imbrigliare i contratti pirata tra fringe benefit e proroghe
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri, riunito a palazzo Chigi nella giornata di domani, si appresta a varare il decreto “Primo maggio”. Un provvedimento, questo, che affonda le sue radici in una tradizione politica ben precisa, quella di utilizzare la Festa dei Lavoratori come vetrina per annunci interventi sul mercato del lavoro; eppure, in questo 2026, il clima che circonda la stesura del testo è molto diverso rispetto al passato. Dopo settimane di trattative serrate e pressioni incessanti da parte delle parti sociali – che paventavano il rischio di un effetto boomerang sulle tutele – l’esecutivo ha dovuto operare una sostanziale retromarcia, trasformando quello che doveva essere un decreto “quadro” sul salario minimo in un intervento più mirato e, forse per questo, più efficace contro il dumping contrattuale.
L’ossatura del provvedimento, visionabile nell’ultima bozza circolata ieri, ruota attorno al concetto di “salario giusto”: una formula che non introduce una soglia oraria fissa per legge, ma che tenta di fare chiarezza nella giungla dei contratti nazionali. La strategia del governo, come si legge nelle bozze e come confermano le fonti di maggioranza, è quella di utilizzare la leva degli incentivi economici per convincere le imprese ad allontanarsi dalle sigle minori, ritenute spesso poco rappresentative e accusate di alimentare una concorrenza sleale al ribasso. Verrà infatti blindato l’accesso agli sgravi contributivi: per beneficiare delle agevolazioni previste – che siano queste per le assunzioni o per investimenti – il datore di lavoro dovrà dimostrare di applicare un contratto stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, lasciando ai margini i cosiddetti “contratti pirata”.
Il nodo delle risorse e la “loterria” dei bonus
Parallelamente al capitolo sui contratti, il decreto prova a intervenire sulla stagnazione degli stipendi attraverso la leva fiscale, sebbene con una portata che appare ancora limitata dalle ristrettezze di bilancio. Tra le ipotesi più concrete c’è l’estensione della soglia di esenzione per i fringe benefit, quei beni e servizi (dalle bollette ai buoni pasto) che le aziende erogano volontariamente; la soglia, attualmente ferma a 1.000 euro (o 2.000 in presenza di figli), potrebbe salire fino a 3.000 euro per tutti i dipendenti, un tentativo di rendere più “so” il netto in busta paga senza gravare sulla struttura fissa della retribuzione.
Eppure, a guardare i numeri forniti dal Ministero dell’Economia e delle Finanze lo scorso 23 aprile, emerge una realtà più complessa: i fringe benefit, nonostante la loro detassazione, restano una chimera per la stragrande maggioranza dei lavoratori. Lo scorso anno, stando alle dichiarazioni dei redditi, solo 3 dipendenti su 100 hanno effettivamente beneficiato di questa forma di welfare aziendale, con un’incidenza che crolla drasticamente scendendo lungo lo Stivale (meno dell’1,5% in molte regioni del Sud). Una fotografia, questa, che restituisce l’idea di un’Italia spaccata in due, dove il “bonus in busta” rischia di trasformarsi in una lotteria più che in una politica strutturale.
Assunzioni e proroghe: il rebus degli under 35
Un altro dei pilastri del decreto riguarda la proroga degli sgravi per le nuove assunzioni, in scadenza proprio il 30 aprile. Il testo all’esame dei ministri dovrebbe infatti prolungare la vita del bonus under 35 e dell’esonero contributivo previsto per chi assume nella Zes unica del Sud, cercando di tamponare un’emorragia di incentivi che rischiava di interrompersi bruscamente. Un aspetto, questo, che denota l’urgenza con cui è stato confezionato il provvedimento: non ancora supportato da tutte le circolari attuative dell’Inps, il rinnovo dei bonus sembra viaggiare in parallelo rispetto alle procedure amministrative, quasi a inseguire la scadenza naturale delle agevolazioni.
Tuttavia, la vera sfida per il dicastero guidato dalla ministra Calderone rimane quella della trasparenza. La bozza introduce l’obbligo, per le offerte pubblicate sulla piattaforma Siisl (il portale nazionale per il lavoro), di indicare non solo la retribuzione ma anche il codice specifico del contratto collettivo applicato e persino il rating Esg dell’azienda. Un’operazione trasparenza che, nelle intenzioni, dovrebbe restituire potere contrattuale al lavoratore, permettendogli di confrontare i dettagli economici prima ancora di firmare la lettera di assunzione.
L’incognita della quattordicesima tra le pieghe del testo
Infine, tra i meccanismi meno discussi ma tecnicamente più rilevanti, il decreto tratta anche la disciplina dei rinnovi contrattuali scaduti. Per evitare che i lavoratori restino troppo a lungo con le retribuzioni congelate, è stata inserita una clausola che prevede un adeguamento anticipato (fino a un tetto massimo del 50% annuo) legato all’inflazione, qualora il rinnovo non arrivi entro dodici mesi dalla scadenza. Una misura, questa, che prova a mettere ordine in un sistema in cui i tempi morti contrattuali penalizzano storicamente i redditi più bassi.
Mentre il Consiglio dei ministri si prepara a dare il via libera, resta sullo sfondo la questione delle risorse: poche, forse non sufficienti a coprire la portata delle promesse. Ma per il governo di Giorgia Meloni, ormai stabilmente insediato da oltre un anno, l’obiettivo immediato non è tanto rivoluzionare il mercato del lavoro quanto piuttosto dimostrare, ai propri referenti sindacali e imprenditoriali, di aver ascoltato (e recepito) le loro richieste di moderazione, sterilizzando le parti più controverse del testo originale.




