Il Papa al Corpo diplomatico: la guerra è tornata di moda, l'Occidente non si salva con le armi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Con una lucidità che non ammette fraintendimenti, papa Leone XIV ha consegnato ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede, in un incontro che già si annuncia come storico, una radiografia impietosa del nostro tempo. Davanti a quel consesso di rappresentanti di nazioni, il pontefice ha dichiarato, senza mezzi termini, che "la guerra è tornata di moda", denunciando quel "fervore bellico" che, dilagando, riduce a brandelli il tessuto dei diritti umani in numerosi teatri di conflitto. Il suo lungo e articolato elenco di paesi devastati, dove si sperimentano armi di una potenza inaudita, ha fatto da cupo contraltare a un'analisi geopolitica che, andando ben oltre la pur necessaria deplorazione della violenza, ha messo il dito nella piaga delle responsabilità culturali e politiche dell'Occidente.

Una critica per rinnovare, non per distruggere

La sua argomentata presentazione, che alcuni osservatori superficiali hanno frettolosamente archiviato come una semplice raffica di critiche, va infatti compresa nella sua profondità costruttiva. Leone XIV, che segue le orme di papa Francesco su questa linea, non intende affatto prendere congedo dalla cultura occidentale, come qualcuno vorrebbe far credere per dare fiato a derive particolari; al contrario, la sua è una chiamata severa e appassionata perché l'Occidente ritrovi se stesso e un ruolo credibile nel futuro mondiale. Un ruolo che, secondo il pontefice, non può più fondarsi su rapporti di forza o sulle pretese di ideologie che, in forme nuove, perpetuano logiche colonizzatrici. L'urgenza, da lui espressa, è quella di un rinnovato disciplinamento globale che sappia essere finalmente coerente con le legittime domande di giustizia e di riconoscimento che sorgono dai "nuovi popoli", troppo spesso lasciati inascoltati ai margini della storia.

La chiarezza che mette a nudo il potere

Nel suo discorso, tenuto il 9 gennaio, il Papa ha scelto deliberatamente una linea netta, rinunciando a qualsiasi linguaggio attenuato o a quelle formule di comodo che solitamente imbrigliano i vertici diplomatici. La sua è una chiarezza che, sostenuta dalla forza di una mitezza fermissima, mette a nudo le incongruenze del potere senza bisogno di alzare la voce, ma anche senza arretrare di un millimetro di fronte alle verità più scomode. Una scelta, la sua, che smaschera le narrazioni inconsistenti ancora proposte da certa parte dell'opinione pubblica, dimostrando come i fatti parlino un linguaggio ben diverso da quello delle comode semplificazioni.

Le strumentalizzazioni e l'anacronismo della "guerra giusta"

Proprio questa chiarezza, tuttavia, non ha impedito che le sue parole venissero strumentalizzate da alcune frange. Gli irriducibili sostenitori dell'ideologia della "guerra giusta", ad esempio, hanno trovato modo di vedere conferme alle loro tesi in alcuni passaggi dei suoi interventi, come in un recente messaggio per la pace. Hanno incontrato poi il sostegno di quei settori del cattolicesimo politico che, celebrando la necessità dell'attuale corsa al riarmo, faticano a liberarsi da un anacronistico bagaglio culturale. Costoro, nonostante l'evidente tramonto di ogni regime di cristianità, sembrano aggrapparsi a una persistente vocazione costantiniana, attribuendo ai credenti un mandato temporale che il magistero di Leone XIV, invece, sembra voler superare per indicare una strada diversa, fondata sulla diplomazia coraggiosa e sulla giustizia.

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