Kim Yo Jong fredda le speranze di Trump: «Esercitazioni ridotte? Restano provocatorie»
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Redazione Esteri
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La dichiarazione è arrivata a tarda sera, ora locale, e ha subito fatto il giro del mondo, tanto da essere interpretata come una doccia gelata sulle ambizioni diplomatiche del presidente americano. Kim Yo Jong, la potente sorella del leader nordcoreano Kim Jong Un, ha rotto il silenzio per commentare la decisione di Donald Trump di ridimensionare le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, un gesto che molti avevano letto come un'apertura verso Pyongyang.
Eppure, stando alle sue parole, quel passo non cambia la sostanza delle cose: per il regime, le manovre restano intrinsecamente provocatorie, a prescindere dalla loro portata numerica o logistica. Una posizione, la sua, che rischia di rinsaldare il muro di sfiducia tra i due Paesi, proprio mentre la Casa Bianca sembrava intenzionata a percorrere la strada del dialogo.
Le parole della sorella del leader e il silenzio su un possibile vertice
La nota diffusa dall'agenzia di stampa ufficiale nordcoreana non lascia spazio a fraintendimenti: la riduzione delle esercitazioni, per quanto significativa sul piano operativo, non rappresenta agli occhi di Pyongyang un cambiamento sostanziale. Kim Yo Jong, che negli ultimi anni è emersa come una delle voci più autorevoli e aspre del regime, ha sottolineato che il semplice fatto che le manovre si svolgano ancora, anche in forma ridotta, costituisce una minaccia alla sicurezza nazionale.
Questo intervento, il primo dopo l'annuncio di Trump di voler ridurre le esercitazioni, assume un peso particolare, perché spegne le speranze di una ripresa immediata del dialogo tra i due leader. A rendere la situazione ancora più intricata, la sorella di Kim Jong Un ha aggiunto di non essere a conoscenza di alcuna comunicazione ufficiale tra il fratello e il presidente americano, gettando un'ombra sulla reale possibilità che un nuovo vertice si concretizzi nel breve periodo.
L'annuncio di Trump e il dietrofront sulle esercitazioni militari
La decisione di ridurre le esercitazioni, arrivata direttamente dallo Studio Ovale, era stata presentata da Trump come un gesto di buona volontà, volto a ridurre le tensioni nella penisola coreana. Il presidente, che non ha mai nascosto il suo personale feeling con il leader nordcoreano, aveva definito le manovre congiunte "costose e provocatorie", giustificando la scelta con la necessità di risparmiare risorse e di evitare inutili attriti.
Nei giorni scorsi, lo stesso Trump aveva ribadito il suo desiderio di incontrare Kim Jong Un entro la fine dell'anno, ipotizzando addirittura un faccia a faccia a margine del vertice Apec in Cina, previsto per novembre. Secondo alcune fonti citate dal Wall Street Journal, il presidente avrebbe sollecitato i suoi collaboratori a organizzare un nuovo summit, il quarto della loro relazione diplomatica, con l'obiettivo dichiarato di discutere il programma nucleare nordcoreano, che Pyongyang considera ormai un deterrente irrinunciabile.
Le armi nucleari e lo status di potenza atomica al centro della partita
Nel delineare le prospettive di un incontro, Trump non ha mancato di tributare a Pyongyang un riconoscimento che suona ambiguo, definendo il regime come una potenza atomica e menzionando esplicitamente il numero di 57 armi nucleari, da lui descritte come "molto potenti". Questa sorta di legittimazione implicita, se da un lato potrebbe essere letta come un tentativo di normalizzare il confronto, dall'altro rischia di minare la posizione negoziale degli Stati Uniti, che storicamente hanno sempre negato lo status di potenza nucleare alla Corea del Nord.
La replica di Kim Yo Jong, per quanto netta, lascia comunque intravedere una crepa, seppur minima, nel muro dell'isolamento: il fatto che il regime abbia scelto di rispondere pubblicamente a un'annuncio di Trump, anziché ignorarlo, suggerisce che la porta del dialogo, per quanto socchiusa, non sia stata del tutto sbarrata. Tuttavia, la sua dichiarazione mette in chiaro che le condizioni per un riavvicinamento restano estremamente rigide, e che le mosse di Washington, per essere considerate credibili, dovranno andare ben oltre un semplice taglio delle manovre militari.
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