Trump spinge per un vertice con Kim Jong-un e ridimensiona le esercitazioni con Seul
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Redazione Esteri
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La Casa Bianca sta spingendo per un nuovo, improvviso riavvicinamento alla Corea del Nord, e il presidente Donald Trump avrebbe chiesto ai suoi collaboratori di organizzare un incontro con Kim Jong-un già per questo autunno. Lo scrive il Wall Street Journal citando funzionari statunitensi, secondo i quali il presidente avrebbe discusso in privato la possibilità di un faccia a faccia con il leader nordcoreano in occasione del prossimo viaggio in Asia.
Tale viaggio, come specificato dalle stesse fonti, potrebbe concretizzarsi a novembre, in concomitanza con il summit dell'APEC che si terrà nella città cinese di Shenzhen, sebbene al momento non sia in corso alcuna pianificazione ufficiale per il vertice.
Una strategia di distensione o una cortina fumogena?
Questa mossa, che di fatto rilancerebbe l'ambiziosa iniziativa diplomatica del suo primo mandato, mira a convincere Pyongyang ad abbandonare il suo programma di armi nucleari, un obiettivo che già in passato non aveva portato a risultati concreti nonostante i tre storici incontri tra i due leader. Secondo Mario Platero sul Corriere della Sera, la strategia di Trump si inserirebbe in un più ampio tentativo di "distrazione" per nascondere il fallimento dei negoziati con l'Iran, utilizzando i dossier coreani per spostare l'attenzione mediatica e internazionale.
In quest'ottica andrebbero lette anche le recenti minacce, considerate da molti analisti più verbali che concrete, di bombardare l'Oman o di dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio americano, un modo per mantenere alta la tensione su altri fronti mentre si cerca di riaprire il dialogo con la Corea del Nord.
Trump punisce Seul e la Cina torna al centro
Il tentativo di avvicinamento a Kim Jong-un è accompagnato da una netta sterzata nei confronti di un tradizionale alleato, la Corea del Sud. Trump ha infatti ordinato al Pentagono di ridurre "sostanzialmente" le esercitazioni militari congiunte che erano in programma a partire da questa settimana, le Ulchi Freedom Shield, accusando Seul di non aver sostenuto adeguatamente la campagna americana contro l'Iran.
In un post sui social, il presidente americano ha giustificato la decisione definendo le manovre troppo costose e, soprattutto, come un segnale "totalmente inappropriato e ostile" nei confronti di Kim Jong-un, che ha descritto come rispettoso e non minaccioso durante la sua amministrazione. I funzionari statunitensi hanno confermato che alla base del dietrofront c'è il rifiuto del presidente sudcoreano di unirsi agli Stati Uniti nella cosiddetta "denuclearizzazione" dell'Iran, un rifiuto che ha scatenato l'ira di Trump e che ora rischia di creare un pericoloso vuoto di potere nella regione.
Ed è proprio in questo scenario che la Cina, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, ha subito ribadito la necessità di procedere verso una "soluzione politica" per la questione coreana, dimostrando di voler giocare un ruolo sempre più centrale negli equilibri della penisola.
La Corea del Sud cerca nuovi equilibri
Le mosse di Trump, che sembrano mettere in discussione l'alleanza storica con Seul, hanno spinto il presidente sudcoreano Lee Jae-myung a cercare nuovi spazi di manovra. Dopo l'annuncio del ridimensionamento delle esercitazioni, Lee ha dichiarato la necessità di procedere senza indugi con il trasferimento del controllo operativo in tempo di guerra delle forze armate sudcoreane, attualmente sotto il comando degli Stati Uniti, un progetto che si intende portare a termine entro la fine del suo mandato nel 2030.
Questa accelerazione, che arriva in un momento in cui la Corea del Sud cerca di rafforzare la propria autonomia, si accompagna anche a un'apertura al dialogo con Pyongyang: Lee ha infatti offerto a Kim Jong-un colloqui di pace, spostando l'obiettivo storico dalla denuclearizzazione a un più realistico "arresto dello sviluppo nucleare".
Nel frattempo, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è atteso a Seul per un incontro che sarà cruciale per verificare quanto Pechino sia disposta a usare la sua influenza per contribuire alla stabilità regionale, in un momento in cui le certezze dell'alleanza con Washington sembrano vacillare.
Le ambiguità di una diplomazia imprevedibile
A rendere ancora più complesso il quadro è la strategia di Trump, che sembra fondarsi su minacce a vuoto e colpi di scena. Le recenti dichiarazioni sull'Oman, con il presidente che ha minacciato di "bombardare" il Paese se avesse ostacolato gli sforzi americani nel Golfo, sono state accolte con scetticismo da molti osservatori, che sottolineano come Trump abbia fatto ampio uso di minacce che poi non ha mantenuto, sia con l'Iran che con altri Paesi.
Questo approccio, definito da alcuni analisti come una "politica estera basata su minacce vuote", rischia di minare la credibilità degli Stati Uniti e di rendere i suoi alleati, come la Corea del Sud, sempre più insicuri riguardo alle reali intenzioni di Washington.
La decisione di ridurre le esercitazioni congiunte, che per anni sono state il pilastro della deterrenza contro il Nord, e la contemporanea volontà di incontrare Kim Jong-un, che continua a sviluppare il suo arsenale nucleare in totale spregio alle risoluzioni dell'ONU, rappresentano un azzardo diplomatico che potrebbe rivelarsi estremamente pericoloso per la stabilità dell'intera regione.
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