Un giudice chiude Alligator Alcatraz, il carcere per migranti di Trump nelle paludi
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Redazione Esteri
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La giudice federale Kathleen Williams ha ordinato la chiusura definitiva del centro di detenzione per migranti irregolari noto come “Alligator Alcatraz”, imponendo lo smantellamento della struttura entro il termine di sessanta giorni e bloccando contestualmente qualsiasi nuovo ingresso di detenuti. La decisione, emessa nel tribunale distrettuale di Miami, sancisce la fine di un’operazione, voluta dall’amministrazione Trump, che aveva trasformato una remota area delle paludi della Florida in un simbolo di una politica d’immigrazione particolarmente rigida.
Le motivazioni alla base della sentenza, che conferma e amplia una sospensione dei lavori disposta appena due settimane prima, sono di carattere strettamente ambientale. La corte ha infatti accertato come la struttura stia causando “danni gravi e irreparabili” all’ecosistema delle Everglades, una delle aree paludose più delicate e importanti del paese. La giudice Williams ha ricordato, a sostegzo della sua tesi, come quel medesimo territorio fosse stato destinatario, già negli anni Sessanta, di una specifica protezione giuridica quando un progetto per la costruzione di un grande aeroporto turistico venne respinto proprio per le sue potenziali conseguenze devastanti sull’ambiente.
L’impianto detentivo, che i reportage giornalistici avevano ribattezzato con un’espressione subito divenuta celebre, era stato a lungo al centro di feroci critiche da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, le quali lo avevano definito “un luogo indegno di un paese civile”. La sua esistenza, al di là delle questioni legali e ambientali, rappresentava una ferita aperta nell’immagine internazionale degli Stati Uniti, configurandosi più come una gabbia dimostrativa che come una reale soluzione al complesso tema della gestione dei flussi migratori.




