Iran, Pezeshkian apre a un accordo ma lo Stretto di Hormuz resta chiuso. E su Khamenei cala il mistero

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha rotto il silenzio con un messaggio che sembra voler cambiare passo, invitando il Paese a superare quella che ha definito la fase di "né guerra né pace". In un'intervista rilasciata ai media locali, il capo dello Stato ha sottolineato come l'Iran, a suo avviso, esca rafforzato dal confronto in corso, parlando di una nazione "vittoriosa e potente" nonostante le pressioni internazionali.

"Nel Paese c'è coesione, forza e unità", ha dichiarato Pezeshkian, aggiungendo di ritenere che proprio ora, a distanza di mesi dall'inizio delle ostilità, si siano create le condizioni migliori per tentare la via dell'intesa e porre fine a un conflitto che va avanti dal 28 febbraio.

Il no di Teheran ai negoziati diretti con Washington

Nonostante l'apertura del presidente, il terreno resta minato e le posizioni dell'Iran appaiono tutt'altro che morbide. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi è stato chiaro nel ribadire che al momento non sono in corso colloqui ufficiali con gli Stati Uniti, e che eventuali contatti si limitano allo scambio di messaggi attraverso canali intermediari. Una precisazione, quella del capo della diplomazia iraniana, che arriva a smorzare gli entusiasmi di chi aveva letto nelle parole di Pezeshkian un'imminente svolta diplomatica.

Araghchi ha infatti condizionato la ripresa di un tavolo negoziale a un passo indietro di Washington, che secondo Teheran dovrebbe porre rimedio a quelle che vengono definite "violazioni" del memorandum d'intesa siglato in precedenza tra le due parti.

Lo Stretto di Hormuz, un'arma strategica che resta puntata

Se sul fronte diplomatico si intravedono timidi segnali, su quello militare la tensione non accenna a diminuire. Il portavoce Hossein Mohebi ha confermato che lo Stretto di Hormuz, il punto nevralgico del trasporto petrolifero mondiale, rimarrà chiuso fino a quando il "nemico" non avrà accettato tutte le condizioni poste dall'Iran. Una chiusura che, di fatto, è in vigore dallo scoppio del conflitto lo scorso 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato i loro attacchi contro il Paese.

"La nostra strategia attuale è mantenere questo stretto chiuso", ha dichiarato Mohebi, aggiungendo che quella via marittima è ormai divenuta un "teatro di guerra" e non più una semplice rotta commerciale. Una mossa che tiene col fiato sospeso l'economia globale e che trasforma ogni giorno di stallo in un'ulteriore minaccia per la stabilità regionale.

Il mistero sulla sorte di Mojtaba Khamenei e le pressioni del Pentagono

Mentre la diplomazia arranca e le armi parlano, un altro fronte si aggiunge al già complesso quadro mediorientale: il mistero che avvolge la sorte di Mojtaba Khamenei, figura di rilievo nel panorama politico e religioso iraniano, su cui non giungono notizie certe e che alimenta le speculazioni degli osservatori internazionali. In parallelo, secondo quanto riportato da fonti vicine al New York Times, la guerra in corso starebbe prosciugando in maniera significativa le scorte di missili e munizioni, spingendo il Pentagono a premere per un rapido incremento della produzione bellica.

Un dato, quest'ultimo, che racconta di un conflitto logorante per tutte le parti in causa e che potrebbe influenzare le strategie future degli Stati Uniti, impegnati a sostenere gli alleati senza però esaurire le proprie riserve strategiche.

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