Il parlamento italiano autorizza l’uso delle basi Usa: logistica e difesa, ma niente attacchi dall’Italia

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La risoluzione votata ieri a Montecitorio, frutto dell’iniziativa della maggioranza, sancisce un passaggio delicato per il ruolo dell’Italia nel quadro dell’attuale crisi mediorientale, concedendo formalmente agli Stati Uniti la possibilità di avvalersi delle proprie installazioni militari sul territorio nazionale per tutte quelle attività che rientrano nella definizione di supporto tecnico-logistico. Una decisione, questa, che riaccende i riflettori su una rete di infrastrutture – otto basi principali, ma anche un centinaio di siti minori dislocati lungo la penisola – che ospitano stabilmente quasi tredicimila militari statunitensi, un dispositivo ereditato dalla Guerra fredda e costantemente aggiornato attraverso accordi bilaterali che trovano la loro origine nei patti siglati a partire dal 1951. La premessa, ribadita più volte dal governo e inscritta nel testo della risoluzione stessa, è che si tratti di operazioni non cinetiche, ovvero di azioni che escludono il lancio di ordigni o il bombardamento diretto da suolo italiano, limitandosi piuttosto al rifornimento in volo, alla sorveglianza, alla raccolta di informazioni e al movimento di mezzi e personale.

Le installazioni strategiche e la loro funzione nello scacchiere mediterraneo

L’articolazione di questa presenza, com’è noto, non è omogenea né limitata a pochi avamposti, ma si estende dal nord al sud del Paese con funzioni specifiche e differenziate. Nel Nord-Est, la base aerea di Aviano, in Friuli Venezia Giulia, costituisce un perno fondamentale per l’aviazione tattica statunitense in Europa, ospitando il 31º Fighter Wing con i suoi caccia F-16, velivoli che in questi giorni, come accaduto in passato nei teatri balcanico e iracheno, sono stati impiegati per missioni di protezione dello spazio aereo e di deterrenza. Poco distante, in Veneto, si trovano Camp Ederle e la Caserma Del Din a Vicenza, che rappresentano il cuore della componente terrestre, con la 173ª Brigata Aviotrasportata, unità d’élite addestrata per interventi rapidi in scenari di crisi, dal Medio Oriente all’Africa settentrionale. A questi poli si aggiunge, sebbene in fase di ridislocazione, Camp Darby in Toscana, un tempo principale deposito di munizioni e armamenti dell’esercito americano in Europa, ancora oggi cruciale per i flussi logistici che dal porto di Livorno e dall’aeroporto militare di Pisa si diramano verso i teatri operativi.

Il ruolo di Sigonella e la sorveglianza nel Mediterraneo allargato

Scendendo lungo la penisola, l’attenzione si sposta inevitabilmente sulla Sicilia, dove la base aeronavale di Sigonella – formalmente un’installazione italiana ma operativamente un hub della marina e dell’aeronautica statunitense – assume una rilevanza centrale in questa fase di accresciuta tensione. Da questo scalo, come documentato dai tracciamenti radar e dalle cronache degli ultimi giorni, si sono moltiplicati i movimenti di droni spia come l’MQ-4C Triton e di aerei da pattugliamento marittimo P-8A Poseidon, velivoli la cui missione è quella di controllare il traffico navale, monitorare i movimenti dei sottomarini – si pensi alla presenza russa nel Mediterraneo orientale con il Krasnodar – e raccogliere dati di intelligence lungo le rotte che portano al Canale di Suez e alle coste mediorientali. Si tratta, di fatto, degli occhi e delle orecchie del dispositivo occidentale, un’attività di sorveglianza che rientra pienamente nella logistica e nel supporto informativo autorizzati dal Parlamento. A poca distanza, a Niscemi, opera il sistema MUOS (Mobile User Objective System), una stazione satellitare che garantisce le comunicazioni globali e criptate alle forze dispiegate, un altro tassello di quella rete di collegamento che rende l’Italia una piattaforma avanzata e insostituibile per le operazioni statunitensi e NATO nel bacino del Mediterraneo.

La cornice giuridica e l’impegno sul fianco orientale

La risoluzione approvata non si limita tuttavia a ribadire la disponibilità delle basi, ma inserisce questa autorizzazione in un quadro più ampio di stabilizzazione regionale che prevede, tra l’altro, la protezione di Cipro – membro dell’Unione Europea esposto a possibili rappresaglie – e il rafforzamento dei sistemi di difesa aerea per i contingenti italiani già operativi nell’area del Golfo, dall’Iraq al Kuwait, passando per gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Il riferimento, negli accordi bilaterali che disciplinano la materia, è al Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e ai successivi memorandum, i quali stabiliscono una netta linea di demarcazione: per le attività di transito, rifornimento e supporto logistico non è richiesta alcuna specifica autorizzazione, mentre per un utilizzo offensivo delle basi – che implicherebbe il decollo di bombardieri per colpire l’Iran – sarebbe necessario un ulteriore e distinto passaggio parlamentare. Una distinzione, quella tra operazioni cinetiche e non, che il governo ha tenuto a sottolineare per circoscrivere il perimetro dell’impegno italiano, evitando di trasformare il Paese in un trampolino di lancio per attacchi diretti contro Teheran.

La sorveglianza e il dispositivo di sicurezza interno

Parallelamente all’attivazione di queste misure, e quasi a voler suggellare l’importanza strategica e la conseguente esposizione del territorio nazionale, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha diramato una circolare a prefetti e questori per innalzare i livelli di vigilanza attorno a tutte le infrastrutture riconducibili alla filiera militare americana. Un provvedimento precauzionale, ma non meramente formale, che testimonia la consapevolezza dei rischi connaturati a questa presenza: basi, porti, aeroporti e siti radar diventano potenziali obiettivi in uno scenario di conflitto allargato, richiedendo un presidio di sicurezza che va dalla protezione fisica dei perimetri alla prevenzione di eventuali minacce asimmetriche. Mentre gli aerei spia continuano a decollare da Sigonella per monitorare le mosse delle flotte nel Mediterraneo, e i caccia di Aviano restano in allerta, l’Italia si trova così a gestire la duplice e complessa equazione di essere, al contempo, retroguardia logistica di una potenza in guerra e territorio potenzialmente esposto per quella stessa funzione.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.