Sandro Valent e Mauro Darpin, il tragico volo mentre cercavano il vischio. Il cugino testimone: «Una scena che non dimenticherò»
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Redazione Interno
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Una delle tante uscite in montagna, quelle che scandiscono le domeniche di chi ama i silenzi dei boschi e la compagnia familiare, si è trasformata in un pomeriggio di tragedia nel comune di Enemonzo. Non un'impresa alpinistica, ma una passeggiata per raccogliere il vischio, gesto tradizionale e semplice che precede le feste, culminata invece in una caduta di decine di metri nel gelido canalone che ha stroncato le vite di Sandro Valent, 57 anni, e di Mauro Darpin, 60. L'unico sopravvissuto, Franco Iaconissi, cugino delle vittime e compagno di escursione, è rimasto inchiodato a pochi metri di distanza, costretto ad assistere, in una condizione di totale impotenza, alla scena improvvisa che ha sconvolto l'ordinario procedere della giornata. «Distrutto e senza parole», lo descrive la moglie, tratteggiando lo stato di chi, dopo aver condiviso con loro l'ultimo tratto di sentiero, si è ritrovato solo a dover dare l'allarme mentre il bosco inghiottiva per sempre i due familiari.
Il racconto della dinamica e i soccorsi
I tre uomini, secondo quanto ricostruito, non erano equipaggiati per una vera e propria escursione in montagna ma indossavano scarpe da ginnastica, abbigliamento che si rivela fatale sui terreni scoscesi e bagnati del periodo invernale. La ricerca del vischio, che spesso cresce sui rami più alti degli alberi, li ha portati in un punto critico del pendio, dove il confine tra un appoggio sicuro e il vuoto diviene labile. Lo scivolamento, avvenuto in sequenza o forse simultaneo, li ha proiettati in un volo senza ritorno di almeno trenta metri, un lasso di tempo brevissimo durante il quale il cugino superstite non ha potuto fare nulla se non constatare l'irreparabile. I soccorsi, allertati proprio da Iaconissi, hanno dovuto far ricorso all'elicottero del Suem per raggiungere il luogo impervio, recuperare i corpi senza vita e trasportare a valle anche gli operatori, dopo le necessarie operazioni di verifica.
Il ricordo di Sandro Valent: «Una mente brillante»
Mentre le indagini degli agenti procedono per accertare ogni dettaglio della dinamica, lasciando ai magistrati le valutazioni di competenza, il ricordo di chi non c'è più inizia a prendere forma attraverso le parole di chi li conosceva bene. Per Sandro Valent, il più giovane dei due, si leva un fiume di affetto e stima che travalica la sfera privata, toccando anche quella professionale dove era noto per serietà e competenza. Gli amici di una vita lo descrivono come una persona vivace e acuta, dotata di un sorriso che mancherà profondamente a quanti avevano la fortuna di frequentarlo. «Una mente brillante», scrivono alcuni, evidenziando come la sua riservatezza nel custodire la vita privata fosse contraltare di una presenza significativa e radicata nelle valli che amava. Il vuoto lasciato, come spesso accade in queste tragedie, appare immediatamente enorme e incolmabile per una rete di relazioni che si estende dal lavoro alla dimensione più intima.
Il peso del testimone e l'assenza di parole
La narrazione dell'evento, al di là dei freddi dati tecnici, resta dunque fortemente ancorata alla testimonianza straziata di Franco Iaconissi, il cui dramma personale si intreccia indissolubilmente con la perdita. La sua voce, come riferito, è rotta dal dolore mentre ripete come una disgrazia simile possa arrivare all'improvviso, in un giorno qualunque, e cambiare per sempre ogni cosa. Quell'attimo di distrazione, quella condizione del terreno resa insidiosa dall'umidità o forse da un appiglio cedevole, hanno prodotto una separazione netta tra un "prima" di normalità condivisa e un "dopo" di lutto e trauma. La scena, come lui stesso afferma, è destinata a rimanere indelebile nella sua memoria, un'immagine continua di quel momento in cui il bosco, da luogo di svago e tradizione, è divenuto scenario di una fine improvvisa, davanti alla quale qualsiasi tentativo di spiegazione o di senso appare, per ora, del tutto vano.




