OnlyFans e la "tassa etica", l'Agenzia delle Entrate chiarisce: tocca anche ai forfettari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quella che oggi viene definita, in un eufemismo politically correct, "tassa etica", affonda le sue radici in una norma di vent'anni fa, figlia del governo Berlusconi III e della Finanziaria del 2006, quando fu battezzata senza troppi giri di parole "pornotax". Un'imposta addizionale del 25%, concepita per colpire i redditi prodotti dalla commercializzazione di pubblicazioni e audiovisivi a contenuto esplicitamente adulto, la quale, però, nel silenzio normativo che ha accompagnato l'esplosione del digitale, è rimasta come un'arma puntata verso un settore radicalmente mutato. L'avvento di piattaforme come OnlyFans, infatti, ha rivoluzionato il mercato, democratizzando la produzione e permettendo a singoli creator di costruirsi un'impresa personale, spesso in regime forfettario, sfidando le categorie fiscali tradizionali e lasciando in sospeso una domanda cruciale: quella vecchia tassa sul porno, nata per un mondo di edicole e videoteche, può ancora applicarsi agli introiti generati da un contenuto digitale dietro paywall?

L'intervento chiarificatore dell'Agenzia

A sciogliere ogni dubbio residuo, seppure su un caso specifico, è giunta una risposta ad un interpello rilasciata dall'Agenzia delle Entrate lo scorso novembre, la quale, pur non citando esplicitamente OnlyFans, delinea un perimetro d'applicazione che la include in modo inequivocabile. La pronuncia, attesa da molti, stabilisce che il prelievo supplementare del 25% sui ricavi derivanti dalla produzione di materiale pornografico debba essere applicato a prescindere dal regime fiscale adottato dal contribuente, colpendo dunque anche le partite Iva che operano in forfettario. Una presa di posizione netta, quella del fisco, che traccia una linea di continuità tra il supporto fisico di ieri e il file digitale di oggi, accomunati, agli occhi della legge tributaria, dalla natura del contenuto offerto.

Le implicazioni per il settore digitale

La decisione, che alcuni interpretano come un adeguamento necessario e altri come un'applicazione anacronistica di una norma pre-internet, avrà ripercussioni immediate su migliaia di attività, costringendo i creator a ricalcolare la sostenibilità del proprio business model. L'addizionale, che si somma alle altre imposte dovute, erode in modo significativo la redditività di un'attività che, per sua stessa natura, vive di volumi spesso non elevatissimi ma di margini diretti. Il fisco, da parte sua, sembra voler recuperare un gettito finora sfuggente, chiudendo quella che poteva essere considerata una zona grigia, mentre per gli operatori del settore si aprono complesse questioni interpretative su cosa, esattamente, configuri "produzione di materiale pornografico" nell'era dei contenuti amatoriali e delle subscription.

Uno scenario in evoluzione

La vicenda, del resto, non è isolata nel panorama della cronaca economica e giudiziaria legata al web, dove le norme faticano a tenere il passo con l'innovazione tecnologica. Analogamente a quanto accade in altri filoni dell'informatica e della rete, anche qui si assiste a un braccio di ferro tra interpretazioni estensive della legge e nuove modalità di lavoro, un confronto che spesso approda nelle aule dei tribunali per definire confini e responsabilità. L'applicazione della cosiddetta tassa etica ai redditi digitali rappresenta, in questo senso, un tassello di un puzzle più ampio, che riguarda la capacità dello Stato di tassare l'economia delle piattaforme, mentre il settore, dal canto suo, dovrà fare i conti con una fiscalità più aggressiva e meno opaca.

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