Il cacciavite, la serata con le pizze e quei minuti che nessuno ha saputo leggere
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Che si possa morire per un litigio da poco, magari nato per una parola di troppo, è una delle verità più antiche della cronaca nera. Che però, nella notte tra sabato e domenica a Pavia, a fare la differenza tra una rissa e un omicidio non sia stato solo il fendente sferrato da un 17enne – un cacciavite conficcato nel collo di Gabriele Vaccaro, 25 anni – ma l’intervallo di tempo successivo, quello in cui gli amici della vittima lo hanno accompagnato a casa senza afferrare la gravità di quella ferita apparentemente insignificante. Loro stessi, stando alle prime ricostruzioni, avevano sottovalutato il colpo: lo avevano visto sanguinare, certo, ma nessuno ha chiamato un’ambulanza. Nessuno ha immaginato che un cacciavite potesse recidere qualcosa di vitale. Così hanno caricato il ragazzo in auto e lo hanno portato a Broni, il paese a una ventina di chilometri dal capoluogo dove Gabriele si era trasferito da circa un anno per lavoro.
La lite in un parcheggio, le pizze ancora calde
Il diverbio è scoppiato in un parcheggio del centro, mentre il gruppo stava rientrando verso l’auto con le pizze appena prese. Una discussione banale, forse – ipotizzano gli inquirenti – nata da qualche frase fuori posto. Nessun movente chiaro al momento, nessun rancore premeditato. Eppure, in pochi secondi, il 17enne ha estratto il cacciavite e lo ha piantato nel collo del 25enne. Un gesto rapido, quasi meccanico, che chi era presente non ha letto come mortale. E lì si gioca il secondo, tragico passaggio: la mancata percezione del pericolo. Gli amici di Vaccaro non hanno insistito per portarlo al pronto soccorso; lo hanno invece sistemato in macchina, pensando a una ferita da medicare a casa. Invece, con il passare dei minuti, le condizioni del ragazzo sono precipitate irrimediabilmente.
«Il tuo sorriso vivrà in eterno»: il calcio siciliano abbraccia Gabriele
Originario di Favara, nell’agrigentino, Gabriele Vaccaro si era trasferito nel Pavese per motivi professionali: lavorava nel centro logistico di Poste Italiane a Stradella. Amici e conoscenti lo descrivono come un ragazzo solare, sempre col sorriso stampato in faccia. E proprio quello stesso sorriso – lo hanno voluto ricordare i tifosi dell’Asd Castrumfavara durante la sfida contro il Gela – è diventato il simbolo di una vita spezzata senza un vero perché. Un lungo striscione è apparso sugli spalti: «Il tuo sorriso vivrà in eterno». Poi un applauso, lungo, interminabile, che ha attraversato lo stadio come un abbraccio collettivo a distanza. Nessuna esultanza, nessuna retorica: solo il gesto crudo di chi sa che un ragazzo di 25 anni non tornerà più.
I minuti decisivi e il vuoto investigativo
La procura di Pavia ha aperto un fascicolo per omicidio. Il 17enne è stato rintracciato e ascoltato; non sono ancora chiari i suoi precedenti o la sua frequentazione abituale. Quel che emerge, invece, è il ritardo nella catena dei soccorsi: un ritardo che non è imputabile solo all’aggressore, ma anche agli amici della vittima, i quali – per paura, per superficialità o per semplice incapacità di leggere una ferita – hanno impiegato tempo prezioso prima di accorgersi che Gabriele stava morendo. Il colpo al collo, infatti, aveva lesionato un vaso sanguigno importante; una volta portato a casa, il 25enne ha perso conoscenza. A quel punto la chiamata al 118 è arrivata, ma era ormai troppo tardi. I carabinieri stanno ora ricostruendo i fotogrammi di quella serata: chi ha detto cosa, chi ha visto il cacciavite, chi ha pensato che non fosse niente. Perché a volte – e questa cronaca lo dimostra – non è il gesto violento a uccidere, ma l’intervallo di indifferenza che lo segue.




