Bf, Vecchioni e Dompé lanciano un’Opa da 666 milioni per blindare la governance senza uscire dalla Borsa
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Redazione Economia
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Non accade tutti i giorni che i principali azionisti di una holding quotata – i quali, tra l’altro, detengono già di fatto le redini del comando – decidano di mettere sul piatto oltre mezzo miliardo di euro per comprare azioni che, in molti casi, sono già indirettamente sotto la loro influenza. Eppure, è esattamente ciò che è accaduto ieri nel panorama dell’agroindustria italiana: Arum S.p.A. (la holding personale di Federico Vecchioni, nonché azionista di riferimento) e Dompé Holdings S.r.l. (il veicolo di Sergio Dompé) hanno comunicato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto volontaria totalitaria su Bf S.p.A., la realtà quotata su Euronext Milan che opera nel settore delle bonifiche e dell’agritech. L’offerta, che vale complessivamente 666 milioni di euro, punta ad acquisire tutto ciò che i due soci non posseggono già, e cioè una fetta pari a circa il 50,9% del capitale sociale, dedotte naturalmente le azioni già in portafoglio alla data odierna.
Un premio del 13,8% per convincere i soci di minoranza
Nel dettaglio, l’operazione si traduce in un corrispettivo di 5 euro per ogni azione portata in adesione; un prezzo che, al netto delle valutazioni di mercato, inra un premio del 13,8% rispetto ai valori registrati nella seduta precedente all’annuncio, quando il titolo aveva chiuso a 4,394 euro. Se consideriamo la media ponderata degli ultimi tre o sei mesi, il premio risulta addirittura più sostanzioso, attestandosi rispettivamente attorno al 15% e al 18%. La cifra massima prevista per l’esborso – 666,21 milioni di euro – è stata calcolata su un controvalore che moltiplica il prezzo di offerta per le oltre 133 milioni di azioni ancora in circolazione, rappresentative del 50,878% del capitale. È interessante notare, in questo contesto, come la struttura dei diritti di voto di Bf preveda un meccanismo di voto maggiorato (il raddoppio dei diritti per le azioni detenute ininterrottamente per almeno 24 mesi), un fattore che potrebbe influenzare non poco gli equilibri assembleari futuri, sebbene non sia questo il fulcro immediato dell’offerta.
La strategia dietro l’operazione: stabilità senza delisting
A differenza di quanto accade in molte altre operazioni di questo genere, dove l’obiettivo ultimo è spesso quello di portare la società fuori dal perimetro di Piazza Affari per sottrarla alle logiche del breve termine, gli offerenti hanno tenuto a precisare che non c’è alcuna intenzione di procedere al delisting. Al contrario, la mossa mira a “cristallizzare” alcuni profili di governance, utilizzando un termine che ricorre nella nota ufficiale diffusa dalle società. In soldoni, Vecchioni e Dompé vogliono blindare l’assetto proprietario, evitando che la frammentazione delle quote (ricordiamo che tra gli altri azionisti figurano Fondazione Cariplo con il 5,8%, Eni Natural Energies con il 5,3%, Inarcassa e Ismea) possa creare frizioni o incertezze nella definizione delle strategie industriali di medio-lungo periodo. Anzi, i due soci hanno già sottoscritto un accordo quadro che li impegna a ripartirsi in parti uguali (50% ciascuno) le azioni che verranno acquisite in Opa, oltre a stipulare un patto parasociale per disciplinare i futuri equilibri di comando.
Le tutele per il mercato e i prossimi adempimenti normativi
Per quanto riguarda i possibili scenari a valle dell’operazione, è stato stabilito un meccanismo di salvaguardia volto a preservare la liquidità del titolo: qualora i due offerenti dovessero arrivare a detenere una partecipazione complessiva pari o superiore al 90% del capitale, scatterà l’obbligo – da loro stessi preventivamente accettato – di ripristinare un flottante sufficiente a garantire il regolare andamento delle negoziazioni entro 90 giorni. Soltanto nel caso in cui si superasse la soglia del 95%, si profilerebbe l’obbligo di acquisto delle residue azioni in circolazione (il cosiddetto squeeze-out), un’evenienza che, al momento, i diretti interessati dichiarano di non voler perseguire attivamente. L’intera procedura, va da sé, dovrà ora superare il vaglio delle autorità di vigilanza: l’offerta è condizionata al via libera della Consob e all’ottenimento delle necessarie autorizzazioni in materia di golden power e antitrust, un passaggio tutt’altro che formale considerata la natura strategica del settore agroindustriale. Il periodo di adesione, che verrà comunicato nelle prossime settimane, si svolgerà secondo i tempi tecnici previsti dalla normativa, con una finestra che solitamente oscilla tra i 15 e i 40 giorni di Borsa aperta.




