Borsa italiana, il 30 aprile sciopero di mezza giornata contro la governance parigina di Euronext
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Redazione Economia
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La seconda volta nella storia si consuma sotto il segno di una mobilitazione che non ammette mezze misure. Il 30 aprile, le lavoratrici e i lavoratori di Borsa Italiana-Euronext incroceranno le braccia per mezza giornata – un’astensione nazionale proclamata da Fabi, First Cisl e Fisac Cgil – e lo faranno rompendo quel velo di normalità che spesso avvolge le dinamiche di piazza Affari, quando invece, dietro le quinte, la tensione diventa palpabile. A indire lo stop sono stati i tre sindacati, che da tempo denunciano una crisi la quale, a loro dire, non si limita a scricchiolii organizzativi interni, ma interroga il destino stesso della piazza finanziaria italiana.
Le bandiere rosse tornano a sventolare davanti a Palazzo Mezzanotte
Alta l’adesione prevista – e già sperimentata nel precedente sciopero – al presidio di Milano, dove le bandiere della Fisac Cgil sono tornate a sventolare davanti a Palazzo Mezzanotte, spezzando quel silenzio che, da quando Euronext ha preso le redini del gruppo, non è mai stato davvero costruttivo. La mobilitazione del 30 aprile, va detto, è la seconda nella storia della Borsa italiana dopo decenni di pace sindacale: una circostanza che ne accresce il peso specifico, perché un secondo stop in così breve tempo segnala un malessere ormai strutturale. I sindacati, dal canto loro, hanno parlato senza mezzi termini di “diktat di Parigi”, un’espressione che non cela la preoccupazione per una governance percepita come distante e, nei fatti, sempre più centralizzata nella capitale francese.
Uno sciopero che va oltre la disputa salariale
Non si tratta, in questo caso, di una semplice vertenza economica. La mobilitazione – convocata unitariamente sui luoghi di lavoro di Milano e Roma – ha infatti toccato non solo Borsa Italiana, ma anche le altre aziende del gruppo: Monte titoli, Cassa di compensazione e garanzia e Mts. E proprio l’allargamento del perimetro dello sciopero ne svela la natura profonda: ciascuna di queste realtà rappresenta un tassello fondamentale dell’infrastruttura finanziaria nazionale, dalla gestione dei titoli alla compensazione delle garanzie, fino ai mercati all’ingrosso del debito. Fermarle, anche solo per un pomeriggio, equivale a mandare un segnale chiaro a chi, dall’altra parte della scrivania, pensa che si possa governare a distanza senza ascoltare il personale che ogni giorno fa funzionare gli ingranaggi.
Adesione maggioritaria nonostante le pressioni aziendali
Secondo quanto riferito dai rappresentanti sindacali, l’adesione allo sciopero è stata finora maggioritaria, e questo nonostante le pressioni che l’azienda avrebbe esercitato per disincentivare la partecipazione. Pressioni che, va sottolineato, non hanno sortito l’effetto sperato: i lavoratori hanno risposto compatti, facendo prevalere il senso di appartenenza alla piazza milanese sull’eventuale timore di ritorsioni. Resta il fatto che, senza una virata nella governance parigina, il rischio concreto – denunciato più volte dalla Fisac Cgil – è che l’Italia continui a essere trattata non come un partner, ma come una succursale. E il 30 aprile, per mezza giornata, le lancette degli orologi di Palazzo Mezzanotte si fermeranno per ricordarlo.




