L’addio di Palermo alla “guerriera” rosanero: il silenzio dello stadio per Alessia
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Redazione Sport
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Non il boato di un gol, stavolta, a segnare il tempo a Palermo. Né il coro che sale dagli spalti in un pomeriggio di partita. Ma qualcosa di più intimo e, al contempo, di più dirompente: il silenzio. Un silenzio rotto solo dal vento – un vento che molti, in città, hanno voluto chiamare “rosanero” – ha accolto l’ultimo viaggio di Alessia La Rosa, la piccola tifosa di otto anni che da tempo aveva smesso di essere solo una spettatrice per diventare, senza mai volerlo, il simbolo più puro di quella parola, “resistenza”, che gli adulti spesso abusano. Il suo cuore, stanco dopo anni di battaglie affrontate con una forza sproporzionata rispetto alla sua età, si è spento nella notte tra martedì e mercoledì; e con quel fiato che manca, la città intera ha trattenuto il respiro.
Mentre la notizia della scomparsa si diffondeva, la risposta non è stata quella della retorica, ma un moto fisico e immediato di folla. Centinaia di persone si sono radunate già nelle prime ore della giornata davanti allo stadio “Renzo Barbera”, un tempio che lei conosceva meglio di molti, avendolo calcato non solo come spettatrice in Curva Nord, ma anche come protagonista a bordo campo. È qui, nella sala stampa solitamente affollata di voci e polemiche, che è stata allestita la camera ardente. Un feretro bianco, per una bambina dalla forza straordinaria, è stato accompagnato all’interno dell’impianto di viale del Fante tra una fitta siepe di fumogeni accesi e cori ripetuti come un mantra: “A picciridda”, la bambina, scandito da una folla che non cercava consolazione, ma offriva un ultimo, viscerale saluto.
Un abbraccio che andava oltre il risultato
Quello che ha contraddistinto la breve ma intensa storia di Alessia è un elemento che va al di là del semplice tifo: la sua capacità di abbattere rivalità che, nel calcio e nella vita di tutti i giorni, sembrano granitiche. Se è vero che il Palermo le aveva ufficialmente riconosciuto un legame speciale, sottolineando come fosse scesa in campo più volte tenendo la mano del centrocampista Jacopo Segre, è altrettanto vero che il cordoglio ha superato i confini della tifoseria organizzata. In passato, non erano mancati striscioni di sostegno nemmeno dalla sponda etnea del Catania o da tifoserie avversarie come quella del Venezia; un fenomeno che il club stesso ha definito come un’unione generata dalla "preghiera" e dalla passione genuina. La mamma della bambina, nel tentativo di dare un senso a quel dolore che non potrà mai trovare pace, ha affidato a una nota il ricordo di quel sorriso, l’unica eredità – a suo dire – capace di tenere insieme un mondo intero, dal calcio alla fede.
La città si ferma, la squadra si raccoglie
Mentre fuori dallo stadio la processione silenziosa di tifosi e cittadini continua a snodarsi per rendere omaggio al feretro, l’intero ambiente rosanero ha osservato un minuto di raccoglimento. La squadra, agli ordini del proprio allenatore, si è fermata a centrocampo prima della seduta di allenamento a Torretta: non un semplice gesto rituale, ma l’ammissione che quella piccola grande presenza mancherà sugli spalti. Lo stesso calciatore Segre, che aveva stretto un legame quasi fraterno con la piccola, ha rotto il silenzio con parole che trasudano una promessa personale, l’impegno a portare avanti una lotta in sua memoria. Il cordoglio ufficiale del club, veicolato tramite i propri canali, ha parlato di un amore che resterà per sempre "nei ricordi", consapevole che nessuna partita potrà riempire il vuoto lasciato da chi, negli anni, ha insegnato agli atleti cosa significhi davvero avere coraggio.
La camera ardente resterà aperta fino a sera e proseguirà nella giornata di domani, in attesa dei funerali che si terranno venerdì mattina nel scenario monumentale della Cattedrale di Palermo. In una città abituata a misurarsi con i grandi palcoscenici – quello sportivo, quello culturale, quello della cronaca quotidiana – oggi si è scelta una pausa. Non per commemorare un lutto astratto, ma per salutare una bambina di otto anni che, come ha ricordato la madre, non era solo una malata, ma una guerriera che aveva deciso di unire tutti con la forza disarmante del suo sorriso.




