La possibile cessione di Repubblica e La Stampa al gruppo greco Antenna agita le redazioni e la politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La trattativa tra il gruppo Exor e il gruppo mediatico greco Antenna, guidato dall'editore Theodore Kyriakou, per l'acquisizione del gruppo Gedi, che controlla testate come "Repubblica" e "La Stampa", ha raggiunto una fase decisiva, scatenando una convulsa agitazione nelle redazioni e un dibattito che travalica i confini del mercato editoriale. L'ex direttore de La Stampa ed editorialista di Repubblica, Massimo Giannini, ha definito l'operazione, in un commento televisivo, "l'indegno coronamento di 50 anni di storia" del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, una presa di posizione che riflette il malessere di una parte del mondo giornalistico di fronte alla prospettiva di un passaggio di proprietà verso un soggetto estero percepito come poco trasparente. Le reazioni non si sono fatte attendere, con l'annuncio di uno sciopero che impedirà oggi la pubblicazione di Repubblica, mentre la politica, da destra a sinistra, ha iniziato a muoversi sull'onda dell'allarme per il destino di due testate di tale rilevanza nel panorama informativo italiano.

Il gruppo in trattativa e le ombre sulla trasparenza

Al centro della possibile operazione c'è Antenna Group, un conglomerato mediatico nato nel 1989 dal diversificarsi degli interessi della facoltosa famiglia greca di armatori Kyriakou. Il gruppo, che ha mosso i primi passi con Ant Tv in patria, ha costruito nel tempo un impero che include, tra gli altri asset, 37 canali televisivi e diverse radio, concentrati principalmente nei Balcani e nell'Europa sud-orientale. La sua espansione verso l'Italia, però, viene osservata con una certa circospezione da più parti, le quali pongono interrogativi sulla sua struttura proprietaria e sulle sue effettive finalità. Alcuni, nello specifico, hanno sollevato il sospetto che dietro la mossa dell'editore greco possano esserci finanziamenti riconducibili al fondo sovrano del Qatar, mentre altri hanno ipotizzato legami con il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, voci che contribuiscono ad alimentare un clima di incertezza e diffidenza attorno all'intera vicenda.

Le mosse della politica e l'appello ai Berlusconi

La questione ha assunto rapidamente una dimensione politica, al punto da spingere il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'informazione, Alberto Barachini, a convocare d'urgenza i vertici di Gedi e i comitati di redazione delle due testate. L'incontro, previsto per oggi, si svolge in una giornata già segnata dallo sciopero dei giornalisti di Repubblica, e mira a chiarire gli sviluppi della trattativa e a valutare possibili garanzie per l'indipendenza editoriale. Nel frattempo, dal Partito Democratico sono arrivate richieste ufficiali di rassicurazioni sulla continuità dell'operato dei giornali, mentre da destra è giunto un commento a sorpresa di Pier Silvio Berlusconi, il quale ha espresso rammarico per la prospettiva che "Repubblica finisca in mani straniere", un'affermazione che alcuni hanno letto anche come un velato invito a cercare soluzioni italiane per il gruppo editoriale.

L'agitazione nelle redazioni e il peso della storia

Oltre alle reazioni della classe politica, è nelle redazioni di via Solferino e di via Marenco che il fermento si è manifestato in modo più tangibile, trasformandosi in azione concreta attraverso la decisione di incrociare le braccia. Lo sciopero, oltre a bloccare l'uscita del quotidiano, rappresenta un gesto di profonda preoccupazione per il futuro di testate che hanno segnato la storia del giornalismo italiano, accompagnando e spesso influenzando il dibattito pubblico del Paese per decenni. La sensazione diffusa, ben espressa dal commento di Giannini, è che una cessione di questo tipo, avvolta per di più da un alone di opacità, rischi di rappresentare uno spartiacque negativo, una frattura rispetto a un percorso che, pur tra luci e ombre, è stato costruito sul legame con il contesto sociale e democratico nazionale.

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