L’ombra di Mythos e la nuova cautela di Trump: controllo federale in arrivo per l’Ia “di frontiera”
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Redazione Esteri
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Il paradosso che accompagna la governance tecnologica dell’era Trump, quella che solo un anno fa aveva revocato con un tratto di penna ogni freno allo sviluppo dell’intelligenza artificiale ereditato dall’amministrazione precedente, si è materializzato in una forma del tutto inaspettata nelle settimane scorse. La Casa Bianca, dopo aver a lungo predicato la deregolamentazione come unico credo per mantenere il primato sulla Cina, sta ora seriamente valutando – o meglio, sarebbe costretta a farlo – l’introduzione di un meccanismo di verifica preventiva per i modelli più avanzati. La scintilla, come spesso accade quando si parla di rischi sistemici, è arrivata direttamente dal settore privato: l’annuncio di Claude Mythos, l’ultimo nato in casa Anthropic, ha gettato nello sconcerto i funzionari della sicurezza nazionale. Le sue capacità, a quanto si apprende, sono tali (nell’individuare e sfruttare vulnerabilità informatiche) che la stessa azienda produttrice ne ha sconsigliato il rilascio pubblico indiscriminato, un’autocensura che ha suonato come un campanello d’allarme ai piani alti del governo.
Questa ritirata strategica rispetto ai proclami di fine gennaio 2025, quando Trump aveva smantellato le rigide linee guida di Biden per l’Ia, si sta tradendo in un piano operativo abbastanza chiaro nonostante la retorica ufficiale resti quella del “business as usual”. Il National Institute of Standards and Technology (NIST), attraverso il suo Center for AI Standards and Innovation (CAISI), sta rapidamente riconfigurando il proprio ruolo, trasformandosi da semplice osservatore a vero e proprio gatekeeper volontario. L’accordo appena sottoscritto con Google, Microsoft e xAI – che prevede l’accesso esclusivo del governo ai nuovi modelli ancora in fase di testing – non è un episodio isolato, ma il primo tassello di un sistema di “valutazione pre-distribuzione”.
A differenza delle ipotesi circolate a marzo, che lasciavano spazio a dubbi sulla reale autorità legale del presidente per imporre tali verifiche, l’amministrazione ha aggirato l’ostacolo giuridico sfruttando la leva volontaria. Le aziende, consapevoli del disastro reputazionale che comporterebbe il rilascio di uno strumento capace di mettere in ginocchio le infrastrutture critiche per un “semplice” ritardo burocratico, stano accettando di giocare in casa del governo. Il Pentagono, dal canto suo, sarebbe già pronto a portare questi modelli sui cosiddetti “classified network”, accelerando una simbiosi tra interesse bellico nazionale e innovazione civile che ha lasciato l’Europa, ancora impelagata nell’AI Act, a guardare da spettatrice.
La “stretta” per la sicurezza nazionale e il vuoto normativo europeo
Mentre Washington perfeziona questo parziale dietrofront, il Vecchio Continente rischia di rimanere schiacciato tra due fuochi: da una parte la potenza di calcolo americana, dall’altra la governance frammentata. L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca, con la creazione di questo task force di revisione, non è soffocare l’innovazione – cosa che Trump ha sempre osteggiato – ma piuttosto creare un “bacino di sicurezza” che rassicuri i contribuenti e i settori sensibili (come quello energetico e finanziario) senza però rallentare la corsa agli armamenti con Pechino. Le parole d’ordine sono “velocità” e “sovranità tecnologica”, anche a costo di una lieve, imbarazzante incoerenza ideologica.
Per le aziende italiane ed europee che operano nel digitale, questa evoluzione impone una riflessione complessa e non più procrastinabile. Se il governo americano certificherà l’Ia più potente prima che questa varchi i confini nazionali – come suggeriscono i piani del CAISI – il nostro tessuto imprenditoriale si troverà ad acquistare “servizi certificati” da fornitori extra-UE che rispondono a logiche di sicurezza nazionale non allineate con quelle di Bruxelles. I dubbi sollevati da colossi come Siemens sulle regole europee relative ai dati industriali, ritenute troppo invasive rispetto alla controparte statunitense, trovano in questo contesto una nuova, scomoda attualità.
La posta in gioco è alta e riguarda la stessa capacità delle nostre imprese di accedere alle tecnologie di frontiera senza intermediari che ne decidano l’uso in funzione della difesa americana. L’accordo tra il Dipartimento del Commercio e OpenAI (già attivo da agosto 2024) ha rappresentato il banco di prova; l’allargamento a xAI di Elon Musk e a Google DeepMind segna invece l’istituzionalizzazione del controllo. Se l’UE non riuscirà a sviluppare rapidamente le proprie “Gigafactory” di Ia e la relativa potenza di calcolo, la dipendenza da questi modelli “pre-autorizzati” da Washington diventerà una questione di sicurezza economica oltre che tecnica.
Le crepe nella dottrina del “laissez-faire” americano
Va notato come lo stesso ecosistema delle Big Tech non sia affatto monolitico di fronte a questa stretta. Mentre Anthropic ha messo volontariamente i bastoni tra le ruote al proprio prodotto più dirompente, altre realtà guardano con sospetto a un controllo federale che potrebbe rallentare i cicli di rilascio, consegnando vantaggi tattici alla concorrenza estera. Tuttavia, la spinta del Pentagono e delle agenzie di intelligence – che già utilizzano questi sistemi per testare le falle dei software governativi – sta prevalendo sulle resistenze ideologiche. Non è più tempo di discutere se l’Ia vada regolata, ma chi debba farlo e in quali tempi.
L’amministrazione Trump, attraverso il Center for AI Standards and Innovation, ha trovato una sintesi pragmatica: non si bloccano i modelli, ma li si addomestica attraverso l’accesso anticipato. Con i test, si cerca di prevedere l’imprevedibile, nella consapevolezza che una vulnerabilità scoperta da un’Ia troppo potente potrebbe fare più danni di una guerra commerciale. Mentre scriviamo, i dettagli operativi di questo “gruppo di lavoro” restano sfumati, ma la direzione è chiara: la sicurezza nazionale torna a mordere l’innovazione, costringendo anche i paladini del free market a fare i conti con la realtà della cibernetica difensiva.




