Crosetto: “Hiroshima non ha insegnato nulla”, il rischio della follia nel conflitto iraniano
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Redazione Interno
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La fragilità di un ordine mondiale che credeva di aver imparato dalla storia si manifesta oggi, con una violenza silenziosa ma inarrestabile, nelle pieghe della crisi iraniana. Ne è convinto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale – in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera – ha volutamente scelto parole pesanti come macigni per descrivere uno scenario che definisce “senza precedenti nella storia dei decenni recenti”. Non si tratta, nelle sue analisi, di una semplice tensione geopolitica circoscritta, bensì di una “somma di criticità” che si accumula e si autoalimenta, rendendo ogni tentativo di soluzione sempre più difficoltoso. Crosetto, con un tono che tradisce una preoccupazione reale, lontana dai comunicati ufficiali di rito, ha sottolineato come il multilateralismo abbia dimostrato tutta la sua debolezza: non ha saputo trarre lezioni dal secolo scorso e, di conseguenza, non ha sviluppato quegli “anticorpi” necessari ad affrontare la deriva attuale.
Il richiamo a Hiroshima e l’inesorabile corsa alle armi atomiche
Il passaggio forse più duro, nella riflessione del ministro, è quello che interroga la memoria collettiva dell’umanità. “Hiroshima non ha insegnato nulla”, ha ripetuto Crosetto, quasi a voler scolpire nella frase un fallimento epocale. La sua argomentazione si spinge fino a ricordare che “sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki”. Ecco, allora, il paradosso che Crosetto mette in luce: da un lato l’orrore per quelle bombe, dall’altro la persistenza – anzi, la ricerca accanita – degli arsenali nucleari. “Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca”, ha aggiunto, gettando una luce cruda su una dinamica che riguarda da vicino anche l’Iran. Il timore, espresso senza giri di parole, è che “ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più”, perché – come egli stesso ha osservato – l’umanità non ha mai dimostrato di possedere un limite alla propria follia.
“In un mese molto potrebbe essere bloccato”: la precarietà degli equilibri
Crosetto non si limita a una diagnosi generale, ma tenta di tracciare, per quanto possibile, la rapidità con cui il peggioramento potrebbe avvenire. “Nel giro di un mese molto potrebbe essere bloccato”, ha dichiarato, facendo implicitamente riferimento non solo alle possibili ripercussioni energetiche – con un aumento incontrollato dei prezzi già all’orizzonte – ma soprattutto al rischio concreto di un’escalation militare. Le sue parole non descrivono scenari lontani o puramente teorici; al contrario, disegnano una situazione in cui la somma delle crisi parziali (politiche, economiche, strategiche) si salda in un unico, pericoloso nodo. Il ministro della Difesa, in questo senso, fa appello a quella che definisce “maturità” da parte delle opposizioni, senza però specificare quali iniziative concrete si attenda: un richiamo generico, certo, ma che nella sua indeterminatezza suona quasi come un ultimo argine prima della voragine.
L’assenza di lezioni dal passato e la debolezza della politica globale
Ciò che emerge con chiarezza dalle dichiarazioni di Crosetto è la sensazione di una regressione storica. Nonostante le macerie del Novecento, nonostante gli esempi tragici di due guerre mondiali e della guerra fredda, il sistema internazionale appare oggi più fragile che mai. Il ministro lo attribuisce a una precisa incapacità: quella di “consolidare gli anticorpi” necessari a gestire le crisi contemporanee. La sua analisi, evitando volutamente qualsiasi facile ottimismo, si concentra sui fatti: l’Iran rappresenta un nodo critico, ma è solo l’epicentro di un terremoto più ampio. E mentre i vertici politici mondiali – incluso un presidente americano come Trump, insediato ormai da oltre un anno alla Casa Bianca – gestiscono le rispettive agende, Crosetto sembra lanciare un monito che non chiede applausi né consensi: “Io spero che tutti si rendano conto di quello che stiamo vivendo”. Una speranza che, nelle sue stesse parole, suona più come un grido d’allarme che come una previsione confortante.




