Crosetto: «Questa è la crisi più dura, Hiroshima non ci ha insegnato nulla. Nel giro di un mese molto potrebbe essere bloccato: il rischio è la follia»
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Redazione Interno
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La guerra innescata dall’attacco congiunto a Teheran – operazione voluta dagli Stati Uniti di Donald Trump, ormai stabilmente alla Casa Bianca da oltre un anno, e condotta insieme a Israele – rischia di tradursi in un collasso energetico globale dal ritmo incalcolabile. A lanciare l’allarme, con parole che evitano prudenti giri di parole, è il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il quale, in un’intervista rilasciata al ‘Corriere della Sera’, descrive uno scenario che definisce privo di «precedenti nella storia dei decenni recenti». Il nodo centrale, a suo avviso, risiede nella combinazione di criticità che, accumulandosi e autoalimentandosi, rende ogni soluzione sempre più irraggiungibile. Il timore, condiviso dall’intero esecutivo e destinato a dominare l’informativa parlamentare di giovedì della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è che l’embargo di fatto imposto sullo Stretto di Hormuz produca i suoi effetti letali in tempi brevi, tanto che, sollecitato dai giornalisti sul rischio concreto di un blocco totale entro un mese, Crosetto non ha esitato a rispondere: «È ciò che si teme».
Non si tratta soltanto di una valutazione tecnica sulle scorte di gas e petrolio – tema che, va ricordato, aveva spinto la premier Meloni a un viaggio lampo nei Paesi del Golfo Persico proprio alla vigilia delle festività pasquali – ma di una riflessione più profonda sulla natura umana del conflitto. Il ministro, infatti, boccia senza appello la deriva bellicista, utilizzando un paragone storico tanto crudo quanto calzante per chi ricopre il suo ruolo: «Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla». La scia di Hiroshima e Nagasaki, secondo Crosetto, rappresenta un monito inascoltato; gli esseri umani che giustificarono quei bombardamenti per porre fine a un conflitto sono gli stessi che oggi, forse, non esitano a premere il grilletto. «Temo che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più – ha aggiunto – perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia».
Il peso del multilateralismo e la strategia italiana nella crisi
L’analisi di Crosetto non si ferma alla cronaca degli scontri, ma penetra nel tessuto fragile delle relazioni internazionali. Il guardiano del dicastero di via XX Settembre sottolinea come questa congiuntura metta a nudo «la grande debolezza del multilateralismo», reo di non aver saputo creare «anticorpi» sufficienti dopo le lezioni del secolo scorso. L’Italia, in questo quadro, rivendica una posizione netta: «Io rivendico che l’Italia abbia preso una posizione importante e seria quando ha detto di non condividere questa guerra cercando di limitare al massimo i danni». Una dichiarazione che acquista peso specifico considerando la delicatezza del fronte interno, dove l’esecutivo deve bilanciare la fedeltà atlantica con la necessità di proteggere gli interessi economici nazionali, messi in ginocchio dall’impennata dei prezzi delle materie prime. Crosetto ha ribadito che il problema principale, in questo momento, non è tanto la disponibilità fisica del greggio quanto il suo costo, lievitato a dismisura dalla chiusura delle rotte.
La sfida delle scorte e il nodo del gas qatarino
Sul fronte puramente logistico, le dichiarazioni del ministro gettano luce su una vulnerabilità specifica dell’approvvigionamento italiano. Mentre per il petrolio – ha spiegato – il nostro Paese ha dimostrato una certa resilienza, riuscendo a diversificare le fonti grazie a colossi come Eni, il vero tallone d’Achille è rappresentato dal gas naturale liquefatto. Prima dello scoppio delle ostilità, una fetta consistente del fabbisogno nazionale, che alcune stime collocano attorno a un quinto o addirittura un quarto del totale, faceva affidamento sulle forniture qatarine che transitano inevitabilmente davanti alle coste iraniane. L’interruzione di questi flussi, se prolungata, rischia di trasformare una preoccupazione economica in un’emergenza nazionale. Questa consapevolezza, del resto, era già palpabile durante la missione diplomatica di Meloni a Doha, dove la premier aveva offerto la cooperazione industriale italiana per riparare le infrastrutture energetiche danneggiate dagli attacchi iraniani, nella speranza di scongiurare il collasso delle consegne.
Il rischio escalation: “Ogni azione cerca una reazione di livello superiore”
A preoccupare Crosetto, in ultima analisi, non è solo il conto alla rovescia delle scorte, ma la dinamica perversa della rappresaglia. Il conflitto, a suo avviso, è entrato in una fase in cui «ad azione corrisponde reazione di un livello superiore». Un meccanismo che, se non interrotto, potrebbe rapidamente sfuggire di mano, trascinando l’intero sistema globale verso l’abisso. In questo senso, le parole del ministro – che ha scelto di non pronunciare nemmeno la parola “atomica” per non alimentare il panico – rappresentano forse il tentativo più lucido di spezzare questa catena, facendo appello a quella “ragione” che, in queste ore, sembra essere l’unica vera arma spuntata di fronte alla follia. «Il rischio – ha concluso – è la follia», un monito che riecheggia pesante mentre l’Italia si prepara ad ascoltare il resoconto della presidente Meloni dinanzi alle Camere.




