Il dado è tratto per l’industria europea: duemila giorni di ritardo e la competitività resta un miraggio
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Redazione Esteri
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Sono bastati ventiquattro mesi per certificare ciò che molti, all’ombra delle ciminiere di Anversa, avevano già messo nero su bianco nel febbraio del 2024: la Dichiarazione di Anversa, quel patto siglato da settantatré leader industriali per restituire fiato alle manifatture del continente, rischia di diventare l’ennesimo esercizio di stile se non si traduce in provvedimenti immediati, concreti e, soprattutto, vincolanti -2-5. Alla vigilia del vertice informale dei Capi di Stato e di Governo convocato ad Alden Biesen, il castello della Limburgo che ieri ha ospitato l’élite economica e oggi ascolta i leader politici, i numeri diffusi dal rapporto di monitoraggio Cefic-Deloitte non lasciano spazio a interpretazioni: la capacità produttiva chimica europea è calata del 9 per cento, ventimila posti di lavoro ad alta qualificazione sono già stati bruciati e, cosa forse ancora più grave per le prospettive future, gli investimenti in nuovi impianti sono crollati da 2,7 milioni di tonnellate di capacità annunciata nel 2022 a un misero 0,3 milioni nel 2025 -1-2. È un’emorragia silenziosa, quella che vede le acciaierie spegnere i forni e le fabbriche di ceramica rallentare i ritmi, e che rischia di trasformare il «Made in Europe» – concetto retoricamente potente ma politicamente minato – in una bandiera sbiadita issata su uno scalo sempre più deserto.
La sindrome della carta carbone: da Draghi alla von der Leyen, promesse senza attuazione
Francesco Buzzella, presidente di Federchimica e reduce dall’incontro di Anversa, ha usato un’immagine tanto efficace quanto desolante per descrivere lo stato di salute delle raccomandazioni europee: solo l’11 per cento delle proposte contenute nel rapporto Draghi – quel so lavoro sulla competitività consegnato un anno fa – ha trovato una qualche forma di attuazione, mentre il resto è rimasto sulla carta, impolverato da considerazioni tecniche e consultazioni infinite -2-8. Il paradosso, qui, è che il «Clean Industrial Deal» evocato dalla presidente von der Leyen come risposta strutturale alla crisi energetica post-invasione dell’Ucraina procede a rilento proprio mentre le sue bozze – si pensi al capitolo sugli aiuti di Stato per l’eolico offshore – inducono governi come quello estone a congelare gare da centinaia di milioni in attesa di chiarimenti che tardano ad arrivare -3. Il risultato è un cortocircuito: si invoca la semplificazione burocratica per ridurre i costi amministrativi, ma si finisce per moltiplicare i rinvii e, con essi, l’incertezza per chi deve decidere se tenere aperto un sito produttivo a Genova o a Ludwigshafen oppure trasferire la produzione altrove, magari sulla costa del Golfo del Messico dove il prezzo del gas è un terzo di quello pagato a Francoforte -9.
L’illusione protezionista e lo scontro franco-tedesco sul «comprare europeo»
Se il Vecchio Continente fatica a correre compatto, lo si vede bene dalle schermaglie verbali che hanno accompagnato la due giorni fiamminga. Emmanuel Macron, fedele alla sua linea iper-statalista, ha rilanciato con forza l’ipotesi di una clausola «Buy European Act» che riservi ai produttori interni una fetta sostanziosa degli appalti pubblici in settori sensibili come i semiconduttori, la difesa e la chimica fine -4-7. Una proposta che sulla carta sembra inattaccabile – dopotutto, gli Stati Uniti di Trump hanno da tempo alzato barriere e sussidi con l’Inflation Reduction Act – ma che in realtà divide l’Europa in due. Il cancelliere tedesco Merz, da pragmatico renano, ha replicato che simili misure, se applicate in modo indiscriminato, rischiano di rivelarsi «troppo anguste»; e il primo ministro svedese Kristersson è andato giù ancora più duro, definendole lo strumento per proteggere aziende «che non hanno alcuna competitività» -7-8. Il problema, insomma, non è se comprare europeo – nessuno contesta la necessità di preservare la sovranità industriale – ma cosa si intenda per europeo, quanta parte del valore aggiunto debba essere generata entro i confini dell’Unione e, dettaglio non secondario, chi debba pagare il conto di questa transizione. I francesi spingono per un debito comune, i tedeschi – e con loro gli olandesi, i finlandesi e i baltici – preferiscono riallocare le risorse esistenti del bilancio pluriennale, evitando nuovi eurobond che scatterebbero un automatico veto nelle corti costituzionali di mezza Europa -4-7.
Energia, burocrazia e l’ossessione per la semplificazione che complica tutto
Si fa presto, dunque, a dire «riduciamo gli oneri»; peccato che la semplificazione invocata a gran voce dalle industrie energivore rischi di tradursi, nella pratica, in una revisione al ribasso proprio di quegli standard ambientali che – Buzzella e altri lo ripetono da mesi – rappresentano l’unico vero vantaggio competitivo difendibile nel lungo periodo -1. Perché abbassare l’asticella delle emissioni non renderà mai l’acciaio di Taranto più economico di quello di Pechino o di Houston; al massimo lo renderà meno virtuoso, appannando quel marchio di sostenibilità che ancora oggi giustifica un premium price sui mercati globali. Il paradosso, semmai, è che mentre la politica litiga sulla percentuale di «contenuto europeo» da imporre nelle turbine eoliche o nei pannelli fotovoltaici, l’industria chimica tedesca – locomotiva storicamente inaffidabile, oggi – chiude stabilimenti e Heineken annuncia 6.000 licenziamenti concentrati proprio nel cuore produttivo del continente -5. E il premier belga De Wever, padrone di casa nonché interprete più lucido della situazione, non usa giri di parole: la crisi è esistenziale, il moltiplicarsi delle chiusure è sotto gli occhi di tutti e non si può più delegare alle generazioni future la responsabilità di decidere se l’Europa debba ancora produrre qualcosa o trasformarsi in un museo a cielo aperto per turisti americani e cinesi -1.
Si attendeva, da questo vertice di Limburgo, una roadmap credibile; per ora emergono solo i veti incrociati di chi, a Bruxelles, continua a considerare la politica industriale una variabile dipendente della disciplina di bilancio o dell’ortodossia climatica. Gli imprenditori riuniti nel gruppo della Dichiarazione di Anversa – oggi più di 1.300 sigle, venticinque settori, milioni di addetti – hanno smesso di chiedere favori: chiedono atti, leggi, finanziamenti. Il tempo delle dichiarazioni d’intenti, per usare le parole del capo economista di Deloitte, è finito -2-5. E il rischio di un’erosione irreversibile, quello sì, è già scritto nei numeri di un declino che non aspetta la fine della legislatura.




