Libano, il ponte sul Litani non c’è più e la tregua resta un miraggio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Israele non si fida dei terroristi sciiti, e questa, a ben guardare, è una questione di sopravvivenza più che una scelta politica contingente. Ecco perché, quando accetta di discutere un cessate il fuoco con il governo libanese – lo stesso che, va ricordato, non ha mantenuto l’accordo del 2024 per disarmare Hezbollah e spostarne le milizie oltre il fiume Litani – lo fa come un gesto di concordia dedicato a Trump, senza però illudersi che possa bastare. Del resto, quel governo che voleva cacciare l’ambasciatore iraniano e non c’è riuscito, difficilmente potrà garantire una pace duratura con il proxy sciita più bellicoso della regione.

Un ponte, sette attacchi, un’intera regione isolata

Nel Sud del Libano non c’è tregua: i ponti distrutti sul Litani hanno isolato interi distretti, e quel che resta in piedi del ponte di Qasmieh – cinquecento metri al massimo di lunghezza, duecento di larghezza – è stato riattivato solo ieri. Era l’ultimo collegamento tra il Nord e il Sud del Paese, e adesso rappresenta anche l’unica via di fuga ancora percorribile. L’aria di tempesta aleggia mentre un drone israeliano ronza tra le nuvole; il Litani scorre tranquillo, gonfio delle piogge degli ultimi giorni, ma la calma è solo apparente.

Proprio su questo tratto di strada, l’unico rimasto aperto tra Tiro e Sidone, due giorni fa è piombata parte delle centinaia di missili israeliani dell’operazione “Oscurità Eterna”. Tra piantagioni di banani e serre di pomodorini, i segni dell’attacco sono ovunque: il ponte era stato bombardato più volte negli ultimi giorni, e l’ultimo raid risale a ieri. Ora viene protetto e presidiato dall’esercito libanese, mentre altri droni israeliani sorvolano l’area pronti, sembra, a dare il colpo di grazia a ciò che resta dell’infrastruttura.

Quarant’anni di conflitto, nessuna tregua definitiva

La guerra tra Hezbollah e Israele non è un episodio nuovo, ma l’ultimo di una serie di conflitti che dura da oltre quarant’anni. Episodi di combattimenti e vere e proprie guerre si sono alternati a periodi di calma tesa, senza mai risolvere il nodo di fondo: la presenza armata sciita al confine. Noi siamo stati testimoni della distruzione dell’ultimo ponte sul Litani – ciò che resta dell’unica via di fuga dal Libano meridionale – e anche la missione Unifil rischia di restare isolata, tagliata fuori da qualsiasi linea di rifornimento.

In questo scenario, l’accordo del 2024 appare ormai come un foglio di carta straccia. Il governo libanese non ha disarmato Hezbollah, né lo ha spostato oltre il fiume; e Israele, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di lasciare scoperto il proprio confine settentrionale. I droni che ronzano sulle piantagioni non sono solo uno strumento di sorveglianza: rappresentano la minaccia costante di un nuovo attacco, pronto a colpire ogni qualvolta i militari libanesi abbassino la guardia.

Unifil e la trappola del Litani

La missione Unifil, dispiegata da decenni nel Sud del Libano, si trova ora in una posizione paradossale. Da un lato dovrebbe vigilare sul rispetto della risoluzione che impone la smilitarizzazione dell’area a sud del Litani; dall’altro, con i ponti distrutti e le strade interrotte, rischia di rimanere isolata senza poter svolgere alcuna attività significativa. I caschi blu pattugliano quel che resta della zona cuscinetto, ma i loro movimenti sono ridotti all’osso: ogni ponte che crolla, ogni strada minata, restringe il perimetro dell’azione internazionale.

Nel frattempo, la popolazione civile del Sud Libano continua a subire le conseguenze di una guerra che non ha mai davvero avuto una soluzione politica. Le famiglie si spostano lungo l’unico ponte ancora in piedi, presidiato dai soldati libanesi, mentre i droni israeliani passano e ripassano come aquile in attesa. Nessuno sa quanto durerà questa calma armata, e nessuno, a ben vedere, sembra davvero interessato a trasformarla in pace.

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