Pippo Franco rinviato a giudizio per i presunti falsi vaccini: a processo per il Green Pass
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Redazione Interno
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La vicenda giudiziaria legata all’ottenimento di certificazioni verdi durante la pandemia, e che vede coinvolto il noto comico romano, ha compiuto un passo decisivo con il rinvio a giudizio disposto dal giudice per l’udienza preliminare di Roma. Pippo Franco, all’anagrafe Francesco Pippo, dovrà comparire davanti al tribunale di piazzale Clodio insieme alla moglie Maria Piera Bassino e al figlio Gabriele, ai quali la procura contesta, al pari di altri quindici imputati, il reato di falso in atto pubblico. L’accusa, che affonda le sue radici nelle indagini condotte dai carabinieri del Nas, ruota attorno alla presunta creazione di un meccanismo fraudolento che avrebbe consentito ad alcuni pazienti di ottenere il lasciapassare per circolare e accedere ai servizi durante l’emergenza sanitaria senza sottoporsi alla profilassi anti-Covid, sfruttando a tal fine l’opera di un medico di base finito al centro dell’inchiesta.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e ora al vaglio del giudice, il perno del sistema sarebbe stato il dottor Natale Cirino Aveni, il medico che avrebbe materialmente proceduto a «formare false certificazioni attestanti le avvenute vaccinazioni» per poi immetterle direttamente nel portale informatico della regione Lazio. Un’attività, questa, che stando alle carte dell’accusa si sarebbe concretizzata in un arco di tempo ben preciso, tra il luglio e l’agosto del 2021, quando le dosi sarebbero state registrate come somministrate ai tre membri della famiglia Franco senza che queste fossero state effettivamente inoculate. Il meccanismo, nella sua presunta semplicità, aggirava l’obbligo vaccinale mantenendo intatta, agli occhi delle autorità e dei controlli, la possibilità di utilizzare la certificazione.
Le indagini che hanno portato a questo procedimento presero le mosse da un rilievo squisitamente tecnico e contabile: una discrasia, emersa durante gli accertamenti dei Nas, tra il numero di fiale di vaccino consegnate al medico – una ventina dalle quali si sarebbero potute ricavare all’incirca centoventi dosi – e il numero di somministrazioni dallo stesso dichiarate, pari a centocinquantasei. Un’anomalia matematica che ha insospettito gli investigatori e che ha portato all’apertura di un fascicolo, coordinato dalla sostituta procuratrice Eleonora Fini, dal quale è emerso un presunto giro ben più ampio di certificazioni facili. Tra i pazienti finiti nel registro degli indagati, oltre al comico e ai suoi familiari, figura anche l’attore Pierluigi Concilietti, noto per aver recitato con Carlo Verdone, a dimostrazione di come le attenzioni investigative si siano concentrate su uno spaccato variegato di assistiti del medico di base.
Di fronte alla decisione del giudice, che ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio della procura, la difesa del comico, affidata agli avvocati Benedetto Stranieri e Paolo Gallinelli, ha già preannunciato la propria linea. I legali, come dichiarato in più occasioni, respingono con forza le contestazioni, sostenendo che «non esiste alcuna prova a carico dell’attore e dei suoi familiari». Nel mirino della difesa finirebbero in particolare alcune intercettazioni telefoniche, ritenute dagli avvocati «tutt’altro che univoche» e che sarebbero state indebitamente reinterpretate dagli inquirenti alla luce di una battuta ironica pronunciata dallo stesso Pippo Franco durante una trasmissione televisiva. In quella circostanza, interrogato sull’avvenuta vaccinazione, l’artista rispose: «Preferisco non rispondere, vi basti sapere che ho il Green Pass». Una frase che per l’accusa avrebbe potuto nascondere ben altro significato, ma che per i difensori rappresenta semplicemente una scelta di stile comunicativo, priva di qualsiasi valenza confessoria.
L’inchiesta si allarga: le anomalie sulle dosi e il secondo filone
Il procedimento che coinvolge Pippo Franco e gli altri diciotto imputati rappresenta solo un primo segmento di un’inchiesta più ampia. Oltre al filone principale sui Green Pass, infatti, lo stesso medico Natale Cirino Aveni è finito sotto la lente della procura anche per un’altra vicenda, parallela ma ugualmente incentrata sull’uso distorto di certificazioni mediche. Secondo quanto riportato, alcuni dei suoi pazienti avrebbero cercato di ottenere attestati falsi non per il certificato vaccinale, bensì per accedere ai permessi necessari a circolare nelle zone a traffico limitato della capitale, evitando così le sanzioni. Per questo secondo filone, che vede coinvolti altri dieci indagati, la decisione del giudice sull’eventuale rinvio a giudizio è attesa per il prossimo mese di luglio, a dimostrazione di come la posizione del medico rappresenti un crocevia di diverse ipotesi di reato legate alla sua attività professionale.
Le accuse formali e il dibattimento
Il processo che si aprirà dinanzi alla nona sezione penale del tribunale di Roma dovrà ora fare luce sulla fondatezza dell’ipotesi accusatoria. L’accusa di falso in atto pubblico, contestata a vario Titolo a tutti i diciotto rinviati a giudizio, comporta la necessità di dimostrare in aula che quei certificati inseriti nel sistema informatico regionale – atti con fede privilegiata in quanto provenienti da un pubblico ufficiale – riportassero circostanze false, ovvero l’avvenuta vaccinazione. Sarà compito del giudice valutare il peso delle incongruenze numeriche emerse dalle indagini dei Nas, il significato delle conversazioni intercettate e le dichiarazioni difensive di Pippo Franco e degli altri imputati, i quali, come emerso fin dall’inizio dell’inchiesta, hanno sempre negato ogni addebito, sostenendo la propria estraneità ai fatti contestati.




