Sanremo 2026, la notte delle pagelle: Renga apre, l’ironia di Frassica e il ritorno di Raf

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il sipario si è chiuso sulla settantaseiesima edizione del Festival della Canzone Italiana, e come da tradizione, nell’aria dell’Ariston rimane il profumo dei giudizi, quello che porta alla stesura delle nostre pagelle. Trenta big si sono alternati sul palco in questa serata conclusiva, quella che assegna i voti definitivi non solo della gara, ma anche del giudizio popolare e, nel nostro caso, di quello critico. L’ordine di uscita, si sa, è un fattore che talvolta può condizionare la percezione, e a inaugurare le danze, forte di un’anzianità di palco che gli deriva dall’essere undici volte in gara, è stato Francesco Renga. La sua "Il meglio di me", ormai metabolizzata e svincolata dalle insidie delle prime esecuzioni, ha aperto le danze con la professionalità di chi il palco lo conosce a memoria, anche se l’impressione è che il brano fatichi a decollare oltre una solida e prevedibile melodia.

La prova dei veterani e le sorprese in scaletta

Subito dopo, l’esibizione di Chiello e a seguire quella di Raf, due momenti che hanno riportato il focus sulla musica. Raf, con "Ora e per sempre", ha proposto un brano che vive della sua inconfondibile timbrica, ma al quale forse è mancato quello slancio innovativo che ci si aspetterebbe da un ritorno in gara a distanza di anni. E poi ci sono state le Bambole di Pezza, una conferma per chi ne aveva apprezzato la freschezza nelle serate precedenti: il loro "Resta con me" merita un discorso a parte, perché rappresenta quella fascia di proposte da preservare, quasi fossero un panda in via di estinzione nel panorama pop italiano, capaci di unire testa e istinto.

Ma la cronaca della finale non può ignorare l’elefante nella stanza, o meglio, il cavallo di battaglia di Nino Frassica. Il suo ritorno sul palco dell’Ariston, scandito dagli immancabili sketch con Gigi Rock e le puntate di "Novella Bella", ha diviso le acque. Se da un lato la sua comicità surreale è ormai un marchio di fabbrica, dall’altro l’impressione, al netto della simpatia che lo circonda, è che la ripetizione degli stessi meccanismi — il caos, i fraintendimenti, i festival bilaterali — possa aver stancato. È un po’ come quando un tormentone funziona alla grande la prima volta, ma tornare a distanza di un anno con la stessa formula rischia di trasformarsi in una cattiva idea, e il voto risente di questa mancanza di rinnovamento.

Tra ironia e melodia, le voci di J-Ax e Sal Da Vinci

In scaletta, dopo l’intermezzo di Giorgia Cardinaletti al leggio, è salito J-Ax. Il suo "Italia starter pack" è un tentativo di country all’italiana che mescola citazioni e autoironia, e se la critica più feroce potrebbe obiettare che certi riferimenti alla Carrà andrebbero lasciati stare, la sincerità con cui si approccia al pubblico — al limite della rassegnazione sulla propria posizione in classifica — lo rende comunque simpatico. Subito dopo, la pattuglia dei giovani con LDA e AKA 7even ha portato all’Ariston quella "Poesie clandestine" che punta tutto sull’orecchiabilità, dimostrando che il pop pensato per le piattaforme può trovare una dimensione anche sul palco più tradizionale della musica italiana.

E poi è stata la volta di Sal Da Vinci. "Per sempre sì", a un primo ascolto superficiale, potrebbe sembrare il classico brano nato per dominare i ricevimenti di nozze, quelli con la pista gremita e i cori dei parenti. E invece no, o meglio, non è solo quello. Il brano, nella sua interpretazione, svela una profondità che va oltre la semplice formula da matrimonio, confermando come la canzone napoletana abbia sempre una marcia in più quando si tratta di raccontare sentimenti universali. Peccato che nella resa live, complice forse la stanchezza della settimana, qualche incertezza abbia smorzato l’entusiasmo iniziale, rendendo l’esibizione meno incisiva rispetto alle potenzialità del pezzo.

La gestione del palco e le dinamiche di voto

Ciò che colpisce, in questa finale, è la gestione dei tempi e degli spazi. Mentre i cantanti si alternano con la precisione di un orologio svizzero — da Leo Gassmann a Malika Ayane, passando per l’energia di Elettra Lamborghini e la classe di Patty Pravo — il vero spettacolo è anche fuori dalla gara. La macchina sanremese, diretta da Carlo Conti con la collaborazione di Laura Pausini, tiene insieme intrattenimento e musica con il consueto mestiere. Gli ospiti, da Andrea Bocelli ai Pooh collegati da piazza Colombo, fino a Max Pezzali dalla nave da crociera, rappresentano quel tentativo di allargare lo sguardo oltre i confini dell’Ariston, per coinvolgere una platea sempre più vasta e frammentata.

La parte finale della serata, quella che conta, vedrà susseguirsi nomi come Fedez in coppia con Masini, Michele Bravi, e i favoriti delle ultime ore. Ma al di là delle preferenze e dei pronostici, che vedevano alla vigilia Fedez e Masini e Serena Brancale tra i favoriti, ciò che resta di questa edizione è un quadro variegato. C’è chi, come Ditonellapiaga reduce dal trionfo nella serata cover, ha cercato di mantenere alta la tensione, e chi invece ha pagato lo scotto di un’attesa forse troppo alta. La notte è lunga, e il verdetto finale, quello che combinerà i voti della sala stampa, delle radio e del televoto, è l’unica cosa che conta. Noi, intanto, abbiamo assegnato i nostri, di voti, consapevoli che a Sanremo, come nella vita, ognuno vede ciò che vuole vedere.

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