Fano ritrova l’unica opera di Vitruvio, una basilica che riscrive la storia
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Redazione Interno
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Una scoperta archeologica definita senza mezzi termini “eccezionale” ha restituito a Fano, l'antica Fanum Fortunae, il suo monumento più celebre e a lungo dibattuto: la Basilica progettata e costruita da Marco Vitruvio Pollione. L’annuncio, dato dal sindaco Luca Serfilippi e dal presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli con il ministro della Cultura Alessandro Giuli in collegamento, chiude una caccia secolare e consegna alla città non un semplice reperto, ma un capitolo fondamentale della storia dell’architettura occidentale, materializzato dopo duemila anni. Il ministro Giuli, nel sottolinearne la portata, non ha esitato a paragonare il ritrovamento a quelli della tomba di Tutankhamon o del Lapis Niger, evidenziando come questo evento sia destinato a modificare radicalmente la morfologia urbana conosciuta e gli studi sulla città romana.
La fine di un enigma millenario
L’edificio, minuziosamente descritto nel trattato “De Architectura”, non era mai stato identificato con certezza assoluta, nonostante le numerose ipotesi avanzate nel corso dei secoli. Vitruvio stesso, nel suo unico libro giunto integro dall’epoca romana, si vantava di aver curato la costruzione dell’opera, usando proprio le parole «conlocavi curavique», rendendola l’unica testimonianza diretta della sua attività pratica. Lo scavo, che ha portato alla luce i resti nel centro della città, ha quindi un valore che trascende il singolo ritrovamento, poiché conferma quanto tramandato dalla fonte letteraria e fornisce un riferimento concreto, e finora mancante, per comprendere appieno i canoni teorizzati dall’autore. Alcuni, osservando l’entusiasmo delle istituzioni, potrebbero pensare a un’operazione di rilancio territoriale; i fatti, però, parlano chiaro: l’importanza dell’edificio e il suo legame indissolubile con il testo vitruviano non lasciano spazio a interpretazioni di sorta.
Un nuovo sito per le Marche
La scoperta, avvenuta non lontano dalla zona del ritrovamento dei celebri bronzi di San Casciano, proietta le Marche ancora una volta al centro dell’archeologia italiana, aggiungendo un tassello di prim’ordine a un mosaico di ricchezze storiche che si arricchisce continuamente. La basilica, oltre a essere un monumento di per sé, diventa così il fulcro di un futuro parco archeologico urbano, destinato a ridefinire l’assetto di una parte della città e a generare, com’è prevedibile, un flusso di studiosi e appassionati. La sua collocazione, al cuore dell’abitato moderno, crea un dialogo immediato e potente tra le stratificazioni del tempo, offrendo una tangibile dimostrazione di come il passato non sia mai veramente scomparso, ma attenda solo di essere portato nuovamente alla luce.
Il valore per la storia dell’arte
L’impatto della conferma va ben oltre i confini regionali, toccando l’intero campo degli studi sull’architettura classica. Il trattato di Vitruvio, infatti, costituì la base imprescindibile per la formazione degli architetti dal Rinascimento in poi, influenzando figure del calibro di Leon Battista Alberti e Palladio; avere finalmente un riscontro fisico, seppur in forma di resti, di una delle opere da lui realizzate permette di comprendere in modo più profondo la traduzione pratica della sua teoria. Non si tratta, quindi, soltanto di ritrovare un edificio, ma di poter osservare la concreta applicazione di quei principi di simmetria, proporzione e funzionalità che hanno plasmato il volto dell’Europa. La scoperta, in questo senso, non chiude una ricerca, ma apre invece un nuovo e fertile campo d’indagine, offrendo agli esperti una pietra di paragone unica al mondo.




