La legge di Lidia Poët 3, il finale evita la facile assoluzione e trasforma il processo in una macchina del dubbio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La terza stagione de La legge di Lidia Poët, quella che chiude definitivamente le vicende della prima avvocata italiana interpretata da Matilda De Angelis (disponibile su Netflix dal 15 aprile), compie una scelta narrativa tanto coraggiosa quanto spiazzante: rinuncia alla catarsi del lieto fine certo. Invece di regalare allo spettatore la rassicurante assoluzione dell’amata amica Grazia Fontana – interpretata da Liliana Bottone – la serie costruisce un finale che, pur rispettando la logica del genere legale, si concentra quasi esclusivamente sulla fatica della prova e sulla fallibilità di chi cerca la verità. E lo fa con un espediente sottile, quasi crudele: dimostra che, in tribunale, l’innocenza è spesso un miraggio mentre la legittima difesa, per quanto eticamente ineccepibile, è un’impalcatura giuridica fragilissima su cui nessun avvocato dovrebbe costruire una certezza.
Un’amica sul banco degli imputati e il conflitto di interessi che diventa dramma umano
Siamo nell’aprile del 1887: Lidia Poët ha ormai imparato a muoversi tra le maglie di un sistema che, pur negandole l’iscrizione all’albo, non può più ignorare la sua esistenza. Il fratello Enrico è diventato deputato, la sua legge per l’accesso delle donne alle professioni è in commissione a Roma, e Lidia cerca di gestire una relazione clandestina con il procuratore Pierluigi Fourneau (Gianmarco Saurino). Proprio Fourneau, però, ha ricevuto una promozione che lo colloca in Corte d’Assise: ed è qui che i piani personali e professionali collidono violentemente. L’accusa più importante della sua carriera è quella contro Grazia Fontana, una donna accusata di omicidio nei confronti del marito. La difesa, ovviamente, è affidata a Lidia. Il conflitto è servito su un piatto d’argento, e la serie non lo edulcora: lui deve dimostrare che Grazia è un’assassina, lei che è solo una vittima che si è ribellata.
L’elemento più interessante, in questo meccanismo, è la progressiva consapevolezza che la colpa oggettiva (l’aver ucciso un uomo) non coincide con la responsabilità penale. La sceneggiatura di Guido Iuculano e Davide Orsini gioca molto sulla contraddizione intima di Lidia, la quale sa benissimo che la sua amica ha commesso il fatto, ma sa anche che farlo era l’unica via di sopravvivenza. Il processo diventa così un teatro delle ipocrisie: da una parte una giuria composta solo da uomini, dall’altra un’opinione pubblica rappresentata dal rientro in scena di Jacopo Barberis (Eduardo Scarpetta), il giornalista e vecchia fiamma di Lidia, che segue il caso con un misto di trasporto ideologico e fiuto per lo scoop.
Torino e le sue location, uno sfondo che racconta la prigione sociale delle donne
Se la tensione processuale è il motore, lo sfondo architettonico è la gabbia. Le location scelte per questa terza e ultima stagione non sono solo belle da vedere, ma diventano parte integrante della narrazione oppressiva che vuole Grazia – e in fondo tutte le donne – reclusa in un ruolo domestico e silenzioso. Il palazzo di città di Torino, per esempio, viene trasformato nell’immaginario Hotel Regio: un luogo di passaggio e di incontri che simboleggia la transitorietà della libertà concessa alle donne. Non c’è una casa vera per Grazia, non c’è un rifugio: c’è un albergo, uno spazio anonimo dove la sorveglianza sociale è meno stringente ma dove si è sempre di passaggio. Lo stesso vale per i salotti borghesi e le aule di tribunale, ripresi con un gusto quasi documentaristico dalla regia di Letizia Lamartire, Pippo Mezzapesa e Jacopo Bonvicini. La fotografia, ricca di contrasti tra i colori sgargianti dei costumi e l’oscurità degli interni, sottolinea questa dualità: Lidia può indossare abiti moderni e appariscenti, ma la legge è scritta in una lingua che non conosce il femminile.
L’assenza di una verità assoluta come vera eredità della serie
Ma torniamo a Grazia: è davvero innocente? La risposta che dà La legge di Lidia Poët è volutamente ambigua. La serie sceglie di non mostrarci il momento del delitto se non attraverso flashback distorti e parziali, lasciando che la verità sia un’interpretazione. Lidia non vince perché smaschera il vero colpevole, ma perché dimostra che il sistema processuale dell’epoca era talmente impreparato a giudicare la violenza domestica da non poter distinguere un’assassina da una sopravvissuta. In questo senso, il finale è una sconfitta mascherata da vittoria: Grazia viene assolta, ma non riavrà mai la vita che aveva prima. E Lidia, guardandola, capisce che la sua battaglia non è solo per l’albo degli avvocati, ma per riscrivere le regole stesse del racconto giudiziario.
Matilda De Angelis, in un’intervista, ha ammesso di essersi interrogata a lungo sulla credibilità di questa vittoria, proprio perché ancora oggi, nel 2026, provare la legittima difesa per una donna resta una sfida complicata. La serie termina con una dedica a tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di immaginare una realtà diversa: non un punto d’arrivo, ma un’indicazione di marcia. Se non ci fosse stata una dedica simile, forse avremmo avuto un finale troppo amaro; con quella, invece, si chiude un cerchio lasciando lo spettatore con la domanda giusta, non con la risposta facile.




