Lavoro, la senatrice Mancini: “Nove laureati su dieci restano in Italia, l’attrattività non è più un miraggio”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’Italia, da tempo descritta come un crocevia obbligato per l’emigrazione giovanile, sembra aver invertito la rotta secondo quanto emerge dalle ultime rilevazioni statistiche, e a sostenerlo con convinzione è la senatrice di Fratelli d’Italia Paola Mancini, componente della Commissione Lavoro di Palazzo Madama, che ha commentato i dati con un ottimismo cauto ma netto.

I numeri, che arrivano sia da Eurostat che dall’ultimo rapporto AlmaLaurea – presentato all’Università della Basilicata – dipingono un mercato del lavoro in cui i titoli di studio superiori vengono finalmente ricompensati sul territorio nazionale, frenando quella che per decenni è stata una vera e propria emorragia di cervelli. Non si tratta, lo si capisce dalle percentuali, di un miglioramento timido: l’attrattiva del Belpaese per chi ha studiato si sta concretizzando in contratti e stabilità, con una percentuale di occupati che tocca punte altissime tra i laureati magistrali.

I numeri di AlmaLaurea e il sorpasso sulla narrazione della fuga

A guardare i dati grezzi, il cambiamento di passo risulta evidente soprattutto se si incrociano le fonti, ed è proprio questo il punto cardine dell’analisi proposta dalla senatrice Mancini. Il rapporto AlmaLaurea fotografa una realtà in cui, a cinque anni dal conseguimento del titolo, l’occupazione supera quota 90%, attestandosi al 91,7% per i triennali e arrivando addirittura al 94,4% per chi ha conseguito una magistrale.

Sono cifre, queste, che acquistano un peso specifico ancora maggiore se lette parallelamente a un altro fenomeno, evidenziato recentemente da una ricerca di Unioncamere: la “fuga dei talenti” degli anni passati è costata al Paese 159,5 miliardi di euro tra il 2011 e il 2024, una cifra pari al 7,5% del Pil nazionale che oggi, forse, si potrebbe iniziare a recuperare. “Nove laureati su dieci – sottolinea la senatrice – oggi scelgono l’Italia per vivere e lavorare”, ribaltando quella che definisce una “narrazione del Paese da cui fuggire” troppo a lungo alimentata.

Il confronto politico e i dati sul primo trimestre 2026

Il contesto macroeconomico, seppur complesso, sembra dare ragione a questa inversione di tendenza: l’Istat ha registrato nel primo trimestre del 2026 un aumento degli occupati pari a 67mila unità rispetto al trimestre precedente, mentre il tasso di disoccupazione è sceso ai minimi storici attestandosi al 5,3%.

In quest’ottica, il commento della politica non si è fatto attendere, e se da un lato la senatrice Mancini rivendica il merito delle politiche del governo Meloni – dal taglio del cuneo fiscale agli incentivi per le assunzioni – dall’altro l’opposizione ha dovuto prendere atto di un dato che smentisce le previsioni più catastrofiste. “La sinistra – ha tuonato di recente un esponente di Fratelli d’Italia alla Camera – tratta i giovani come un problema, noi come una risorsa”, un'affermazione che accende il dibattito politico mentre i numeri confermano una stabilità inedita per il mercato italiano.

L’Eurostat, del resto, ha premiato l’Italia come “maglia rosa” d’Europa per la riduzione del tasso di disoccupazione, un risultato che nemmeno un anno fa sembrava lontano.

Il ruolo del Mezzogiorno e il nodo retribuzioni

Se l’attrattività cresce, il motore di questa ripresa sembra battere con particolare forza al Sud, laddove la partecipazione al lavoro – soprattutto femminile – registra i margini di crescita più ampi. Secondo le analisi, proprio nel Mezzogiorno l’incremento del tasso di occupazione rispetto al 2025 è stato dello 0,3%, un dato superiore a quello del Centro e in controtendenza rispetto al Nord. Le donne, in questo frangente, guidano la ripresa con un +0,9%, a dimostrazione che gli incentivi messi in campo cominciano a smuovere sacche di inattività storicamente resistenti.

Tuttavia, e qui il dato si fa meno trionfalistico, il rapporto AlmaLaurea segnala ancora un nodo cruciale: gli stipendi. Nonostante l’adeguamento delle retribuzioni contrattuali (+3,1% nel 2025 contro un’inflazione all’1,5%), fuori dall’Italia un laureato può arrivare a guadagnare fino al 60% in più. È questo il campo di battaglia vero, quello in cui la sfida per la competitività italiana si gioca sulla qualità, e non solo sulla quantità, delle occasioni offerte ai cittadini più istruiti.

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