Le pietre d'inciampo, una carezza d'ottone per i nomi che il lager non spense

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il gesto, ormai, è sempre lo stesso, ripetuto dall'artista tedesco Gunter Demnig in innumerevoli marciapiedi d'Europa: la spugna bagnata per pulire la formella di ottone, un'azione minuziosa che lui stesso definisce, senza retorica, “un’ultima carezza alle vittime dei lager”. Un rituale silenzioso che dà Corpo a oltre centomila nomi, altrettante pietre d'inciampo disseminate nel mondo, ciascuna incastonata davanti all'ultima abitazione di una persona deportata. Quel gesto, apparentemente semplice, è la risposta concreta alla citazione talmudica che Demnig ama ricordare: “Si muore veramente solo quando il nostro nome viene dimenticato”. E, grazie a quei blocchetti di pietra e metallo, nomi come quelli di Luigi Radaelli, Raimondo Bertoli e Giacomo Cazzago, partiti da Brescia per finire nel turbine della Soluzione Finale, non lo saranno.

Palermo e Firenze, nuove tessere del mosaico della memoria

In vista della Giornata della Memoria, quel mosaico si arricchisce di nuove tessere in diverse città italiane. A Palermo, il Comune ha promosso una serie di iniziative commemorative che prevedono la deposizione di quattro nuove Stolpersteine, dedicate a figure diverse per storia e ruolo sociale: un medico, un carabiniere, un agente di polizia e un antiquario. “Queste iniziative rinnovano il valore della memoria collettiva e della responsabilità civile”, ha dichiarato il sindaco Roberto Lagalla, sottolineando come le singole storie si intreccino a formare un racconto corale della persecuzione. Contemporaneamente, a Firenze, è in corso la posa di undici pietre, tra le quali quelle collocate in via dei Macci per ricordare i componenti della famiglia Graziani: Raffaello, Benvenuta Russo, Maria, Haim Vitale e Sara, prelevati dalla loro casa prima di tentare una fuga che si rivelò impossibile.

Le ordinanze per il traffico che proteggono il tempo del ricordo

Per consentire lo svolgimento delle cerimonie, l’amministrazione palermitana ha dovuto anche predisporre una logistica particolare, emanando ordinanze che limitano la circolazione e istituiscono il divieto di sosta in alcune vie cittadine, come Vicolo Sant’Uffizio o via Giuseppina Turrisi Colonna, nel periodo compreso tra il 16 e il 26 gennaio. Si tratta di provvedimenti tecnici, necessari a garantire che quel momento di raccoglimento e di posa delle pietre possa avvenire nel rispetto dovuto, isolando, seppur temporaneamente, quei tratti di strada dal fluire ordinario della vita cittadina. Sono i segni, amministrativi e tangibili, di una commemorazione che si fa spazio nella quotidianità urbana, interrompendola per un istante di riflessione.

Un inciampo mentale contro l'oblio pianificato

L’obiettivo di Demnig, infatti, non è semplicemente quello di erigere un monumento, ma di creare un “inciampo” mentale per il passante distratto. Chi si china a leggere un nome, una data di nascita, di deportazione e di morte, compie un atto di attenzione involontaria, stabilendo un contatto diretto e personale con una biografia spezzata. È un sistema di commemorazione orizzontale e diffuso, l’esatto opposto del monumento unico e centralizzato, che restituisce le vittime ai luoghi della loro vita normale, prima che la storia facesse irruzione. Ogni pietra, lucida e levigata dal transito delle persone, diventa così un promemoria fisso, un presidio contro l’oblio che il regime nazista aveva pianificato insieme allo sterminio, trasformando il marciapiede in una pagina aperta del libro della storia.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.