Moody’s taglia le stime di crescita dell’Italia, la guerra in Medio Oriente frena l’economia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c’è bisogno di girarci intorno: la guerra in Medio Oriente, con tutte le conseguenze che sta portandosi dietro, ha cominciato a mordere anche sui conti dell’Italia. L’agenzia di rating Moody’s, nella sua periodica revisione, ha leggermente limato le previsioni di crescita per il nostro Paese, un taglio che, sebbene contenuto, assume il sapore di un campanello d’allarme per un’economia che, diciamolo, aveva appena cominciato a tirare il fiato. Secondo gli analisti, il prodotto interno lordo non crescerà più dello 0,8% atteso, ma si fermerà a un +0,7% per quest’anno. E come se non bastasse, a complicare il quadro ci si mette anche l’inflazione, prevista ora al 2,1% contro l’1,8% stimato in precedenza.

Il rating Baa2 regge, ma la fiducia pende da un filo energetico

La buona notizia, se così si può chiamare, è che il giudizio complessivo sull’affidabilità del Bel Paese non cambia: Moody’s conferma il rating Baa2 con outlook stabile. Una promozione, questa, che lo scorso novembre aveva fatto tirare un sospiro di sollievo al governo, visto che ci allontanava definitivamente dall’incubo del cosiddetto “spazzatura”. L’agenzia riconosce i punti di forza strutturali del sistema Italia, a cominciare da un’economia “ampia, diversificata e ad alto reddito”, senza dimenticare quella solida base di risparmiatori domestici che tradizionalmente sottoscrive il debito pubblico, facendo da cuscinetto agli attacchi speculativi.

Tuttavia, a tenere banco in questo rapporto – ed è qui che il discorso si fa serio – è la variabile geopolitica. Il conflitto che sconvolge l’area del Golfo, con le sue ripercussioni sul canale di Hormuz, sta facendo schizzare il prezzo delle materie prime energetiche. Per l’Italia, che dipende pesantemente dalle importazioni di gas e petrolio, questo è un colpo basso. Gli analisti di Moody’s lo scrivono chiaramente: le prospettive del Pil sono “sensibili a uno scenario più avverso di conflitto prolungato”, proprio a causa della nostra esposizione a quelle rotte commerciali. In parole povere, se la guerra continua, per noi sarà un guaio.

La linea prudente di Giorgetti e il nodo (insoluto) del debito

Eppure, in mezzo a questa tempesta perfetta – fatta di missili e rincari – Moody’s spende una parola di apprezzamento per il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. La sua linea prudente e rigorosa viene vista come un’ancora di salvezza. L’agenzia sottolinea che il percorso di graduale risanamento fiscale disegnato dal governo è “credibile e realizzabile”. I conti pubblici, insomma, sono in una fase di riordino, con un deficit che si attesta al 3,1% e un avanzo primario in miglioramento.

Ma c’è un elefante nella stanza, e si chiama debito pubblico. Quello, purtroppo, è salito ulteriormente, raggiungendo il 137,1% del Pil. Un peso enorme, che l’agenzia definisce come il principale freno alla flessibilità fiscale del Paese. E qui viene il bello: parte di questo aumento della spesa, che ha fatto gonfiare il passivo, è addebitato al “superbonus”. Moody’s lo definisce un “impatto transitorio e non strutturale”, ma resta il fatto che i residui di quella misura hanno lasciato un segno pesante sui conti. Una zavorra che Giorgetti si trova a gestire, mentre fuori dalla finestra il mondo brucia.

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