Il costo energetico del conflitto: oltre 15 miliardi di euro la stangata su luce e gas per famiglie e imprese italiane

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un mese di tensioni in Medio Oriente ha già iniziato a tradursi in cifre concrete per l’economia italiana, e il conto, per quanto provvisorio, si annuncia salato. L’energia, come spesso accade in questi frangenti, si configura come il principale dazio da pagare: una sorta di pedaggio obbligato lungo le rotte della tensione che da Israele e Iran si riverbera fino allo Stretto di Hormuz, snodo nevralgico per il transito delle navi metaniere, e alla produzione di Gnl dal Qatar. Ne consegue un aumento dei costi che, secondo le prime proiezioni, potrebbe superare la soglia dei 15 miliardi di euro, gravando in egual misura su famiglie e imprese.

A confermare la portata della scossa, arrivano i dati elaborati dalla Cgia di Mestre, che ha messo a fuoco l’impatto sul solo territorio veneto: un rincaro che per quella regione si attesta fino a 1,7 miliardi di euro. Il meccanismo è stato innescato dai mercati, che hanno reagito con forza all’escalation. Il prezzo del gas, in particolare, ha registrato un’impennata di 26 euro per megawattora, un incremento percentuale dell’81%, mentre l’energia elettrica ha visto il suo valore salire di 41 euro per megawattora, pari al +38%. Un’evoluzione, questa, destinata a riflettersi inesorabilmente sulle bollette nei prossimi mesi, con una prospettiva che gli operatori descrivono come poco rassicurante.

Un quadro macroeconomico in rapido deterioramento

Le ripercussioni non si limitano alla voce in bolletta, ma iniziano a modificare gli stessi scenari macroeconomici su cui si basano le previsioni per il paese. L’agenzia di rating Moody’s, osservando l’evolversi del conflitto, ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Italia nel 2026, portandole dal +0,8% al +0,7%. Un aggiustamento che, seppur contenuto in termini percentuali, vale un arretramento significativo in termini di ricchezza prodotta, soprattutto se letto in parallelo con la parallela revisione dell’inflazione.

E proprio sul fronte dei prezzi al consumo, il giudizio di Moody’s si fa più severo: l’istituto ha alzato la previsione per il tasso di inflazione dal precedente 1,8% al 2,1%. Un dato, quest’ultimo, che restituisce l’idea di come lo shock energetico stia già trasmettendosi all’intero sistema economico, erodendo il potere d’acquisto di salari e risparmi. L’agenzia sottolinea come l’Italia, data la sua esposizione strutturale alle importazioni di energia proveniente proprio dall’area del Golfo, si trovi in una posizione di particolare fragilità rispetto a un prolungamento dello stato di conflitto.

Le ipotesi alla base delle nuove stime

Lo scenario tracciato dagli analisti di Moody’s, quello che definiscono lo “scenario di base”, parte da un assunto preciso: l’attuale conflitto rimarrà relativamente limitato nel tempo. Solo a questa condizione, spiegano, è possibile ipotizzare per l’Italia una ripresa che porterebbe la crescita del Prodotto Interno Lordo reale allo 0,8% nel 2027, con un’inflazione stabilizzata al 2%. Si tratta di previsioni che, per loro natura, inrano un elevato grado di incertezza.

La guerra in Medio Oriente, con i suoi “cascami” – per usare un termine caro agli analisti – sulla logistica globale e sui flussi energetici, rappresenta infatti la variabile impazzita. I rincari registrati nelle ultime settimane sul gas e sull’elettricità, con il Veneto a fungere da cartina di tornasole di una tendenza destinata a estendersi a tutta la penisola, non sono altro che il primo, tangibile effetto di un’instabilità che ha già costretto i previsori a ricalcolare i propri modelli.

I riflessi di una crisi che attanaglia il sistema paese

L’aumento dei prezzi dell’energia, nella sua immediatezza, agisce come una tassa occulta sull’intero sistema produttivo. Per le imprese, specie quelle energivore, si traduce in un incremento dei costi di produzione difficile da assorbire, che rischia di compromettere la competitività. Per le famiglie, invece, significa destinare una fetta più ampia del proprio reddito al pagamento delle utenze, riducendo la capacità di spesa in altri settori. Un circolo vizioso che gli economisti definiscono “stagflazionistico”, dove la crescita ristagna mentre i prezzi continuano a salire.

La stretta creditizia, il rallentamento della domanda interna e l’incertezza geopolitica globale si intrecciano così in un quadro complesso. Il conflitto tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra, rievocando lo spettro di chiusure o limitazioni al transito nello Stretto di Hormuz, ha riacceso i timori di shock nell’approvvigionamento. Un subbuglio epocale, come è stato definito, che ha già spinto tutti i principali centri di ricerca a rivedere le proprie stime, abbassando quelle sulla crescita economica e alzando quelle sull’inflazione, in attesa di capire se la durata e l’intensità del conflitto resteranno contenute entro i parametri oggi considerati “di base”.

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