Moody’s conferma il rating Baa2, taglia le stime di crescita ma promuove la linea rigorista del governo sui conti
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Redazione Economia
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Non si tratta di una nuova valutazione, quanto piuttosto di una verifica periodica dello stato di salute, quella che Moody’s ha consegnato venerdì agli investitori e al ministero dell’Economia; eppure, in un contesto internazionale segnato dalle tensioni in Medio Oriente e dall’impennata del prezzo del petrolio, il verdetto dell’agenzia di rating assume un peso specifico che va ben oltre la semplice conferma del giudizio Baa2 con outlook stabile. A essere blindato, infatti, è il percorso di graduale risanamento dei conti pubblici italiani, definito dall’agenzia “credibile e realizzabile” nonostante il deterioramento dello scenario macroeconomico globale. Un’analisi, quella resa nota nella tarda serata di venerdì, che arriva a poche settimane di distanza dall’escalation del conflitto in Iran – un elemento, quest’ultimo, che ha costretto gli analisti a rivedere al ribasso le attese di crescita per il 2026.
La frenata dell’economia e il peso dello Stretto di Hormuz
L’elemento più evidente della revisione periodica è la correzione al ribasso delle stime sul prodotto interno lordo: Moody’s ha portato la previsione di crescita per l’anno in corso dallo 0,8% allo 0,7%, un aggiustamento che l’agenzia stessa attribuisce esplicitamente alle ripercussioni del conflitto militare in Medio Oriente. Il principale canale di trasmissione dello shock, in questo frangente, resta quello energetico: le difficoltà nei flussi di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, unite alla persistente volatilità dei mercati delle materie prime, stanno alimentando una nuova fiammata inflazionistica. L’agenzia prevede ora che l’inflazione italiana si attesti al 2,1% nel 2026, un deciso scostamento rispetto all’1,8% stimato in precedenza, in uno scenario di base che immagina comunque un conflitto “relativamente limitato nel tempo”.
La revisione, va detto, non intacca la struttura portante del giudizio complessivo. Lo scenario peggiore – quello di un allargamento prolungato del conflitto – resta confinato tra i fattori di rischio, ma non ha al momento modificato la percezione di fondo sulla tenuta del sistema-Paese. Il governo, rappresentato dal sottosegretario all’Economia Federico Freni, ha peraltro risposto con una certa fermezza a chi ipotizza correzioni più profonde, rivendicando la bontà delle stime ufficiali del Mef e invitando ad attendere i dati definitivi prima di trarre conclusioni affrettate.
Una promozione fondata su economia diversificata e base domestica
A sostenere il rating Baa2 – lo stesso ottenuto nello scorso autunno al termine di un’attesa durata oltre vent’anni – sono alcuni pilastri strutturali che Moody’s ha voluto ribadire con chiarezza. L’Italia, si legge nell’analisi, può contare su “una grande economia diversificata e ad alto reddito”, su una solida base di investitori domestici che garantisce un finanziamento stabile del debito pubblico, e su un quadro di politiche economiche fermamente ancorato all’appartenenza all’Unione europea e all’area euro. Sono queste le ragioni profonde che, secondo l’agenzia, consentono al Paese di assorbire gli shock esogeni – come quello bellico in corso – senza deragliare dal percorso di consolidamento fiscale.
Sul fronte dei conti pubblici, i dati più recenti confortano questa valutazione. Il deficit è sceso al 3,1% del Pil nel 2025, in miglioramento rispetto al 3,4% dell’anno precedente, mentre l’avanzo primario è salito allo 0,7%. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha potuto così incassare un’implicita fiducia nella linea prudente e rigorista seguita dal governo, con l’agenzia che ha sottolineato come la crescita delle entrate, superiore alle attese, rifletta l’impatto strutturale positivo delle riforme in materia di compliance fiscale.
L’eredità del superbonus e il nodo del debito pubblico
A controbilanciare questi elementi di forza resta, inevitabilmente, il peso del debito pubblico. Moody’s registra che l’onere è salito al 137,1% del Pil, un livello che limita oggettivamente la flessibilità fiscale e rende l’economia particolarmente sensibile alle variazioni delle condizioni di finanziamento. E in questo capitolo, l’agenzia ha voluto essere puntuale nel distinguere le responsabilità: la crescita della spesa, più forte del previsto, è stata determinata “principalmente dall’impatto transitorio e non strutturale dei pagamenti residui nell’ambito del regime di credito d’imposta superbonus”.
Si tratta, in altre parole, di una zavorra ereditata da politiche passate – un’eredità pesante ma destinata a esaurirsi nel suo effetto sui flussi di cassa. L’attenzione degli analisti, ora, si sposta sulla capacità delle riforme in corso di alimentare una crescita sufficientemente robusta da avviare, dal 2027 in poi, una discesa sostenuta del rapporto debito/Pil. Le prospettive di medio termine restano moderate, appesantite da dinamiche demografiche sfavorevoli e da una produttività che fatica a decollare, ma la conferma del rating stabile suggerisce che, per il momento, la fiducia nella direzione di marcia prevale sulle incertezze.




