Oscar 2026, Bardem urla "Palestina libera" e Penn diserta per l'Ucraina

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notte degli Oscar, quella del 2026, ha visto il Dolby Theatre di Los Angeles trasformarsi in un palcoscenico non solo per la celebrazione del cinema, ma anche per la manifestazione, seppur da parte di pochi, di un dissenso politico che ha attraversato i confini della sala. Tra i momenti di maggior tensione emotiva e dichiarata rottura rispetto alla consueta narrazione patinata della cerimonia, spiccano due figure distinte per approccio e gesto: Javier Bardem e Sean Penn. Il primo, chiamato a consegnare il premio per il Miglior film internazionale insieme a Priyanka Chopra, ha letteralmente squarciato il velo dell’intrattenimento con un’arringa pacata ma ferma, indossando sulla giacca una spilletta rossa con la scritta “No a la guerra” e un altro accessorio, ben visibile, a sostegno della Palestina. L’attore spagnolo, che già sul tappeto rosso aveva anticipato ai microfoni di voler usare quel palcoscenico per “le cose che importano”, ha quindi pronunciato parole nette, “No alla guerra e Palestina libera”, raccogliendo un’ovazione immediata dalla platea. La sua presa di posizione si è inserita in un contesto geopolitico incandescente, quello del conflitto in Medio Oriente che l’attore stesso, in dichiarazioni alla stampa, non ha esitato a definire “guerra illegale basata su menzogne”, paragonandola alle giustificazioni addotte in passato per l’intervento in Iraq.

Parallelamente, l’assenza fisica di Sean Penn ha creato un vuoto che è diventato esso stesso notizia. Il premio come miglior attore non protagonista per la sua interpretazione in “Una battaglia dopo l’altra”, il suo terzo Oscar in carriera, è stato ritirato a sorpresa da Kieran Culkin, il presentatore della categoria, visibilmente stupito e costretto a una battuta per sciogliere l’imbarazzo: “Sean Penn non ha potuto essere qui, o non ha voluto, quindi accetto il premio per lui”. Mentre Culkin scherzava, la platea apprendeva che l’attore, favorito della cinquina, si trovava dall’altra parte del mondo. Fonti vicine al New York Times hanno rivelato che Penn era in viaggio verso l’Europa con la chiara intenzione, non ancora ufficialmente confermata nell’itinerario e nei tempi precisi, di raggiungere l’Ucraina. Una scelta, quella della diserzione, che per l’attore 65enne non rappresenta una novità assoluta, essendosi sottratto in passato ad altre cerimonie di premiazione, ma che in questa circolazione assume i contorni di un gesto politico calcolato, coerente con il suo attivismo pro-Ucraina iniziato con il documentario Superpower e proseguito con la donazione di un suo precedente Oscar al presidente Volodymyr Zelenskyy.

Mentre sul palco si susseguivano i ringraziamenti di rito e la trionfale affermazione di “Una battaglia dopo l’altra” come miglior film, con Paul Thomas Anderson finalmente premiato per la regia, i riflettori si sono così inevitabilmente spostati su ciò che accadeva fuori dalla sala. Bardem, con il suo intervento diretto e il simbolismo degli accessori, ha incanalato la rabbia per le vittime civili dei bombardamenti, trasformando i pochi secondi a disposizione in un appello universale che ha riecheggiato le parole del premier spagnolo Sánchez al parlamento di Madrid. Dall’altra parte, la sedia vuota di Sean Penn, con la statuetta ritirata da un collega incredulo, ha parlato forse ancor più eloquentemente di qualsiasi discorso preparato. La sua terza vittoria, che lo pone sullo stesso piano di icone come Jack Nicholson e Daniel Day-Lewis per numero di premi attoriali, è passata in secondo piano rispetto alla notizia del suo viaggio, di cui non si conoscevano all’istante né la destinazione esatta né gli scopi, se non un generico sostegno a un popolo in guerra.

L’assenza di Penn e la denuncia di Bardem scuotono la notte degli Oscar

La serata, del resto, non è stata solo cinema e politica dichiarata. L’atmosfera, pur tesa in alcuni frangenti, è stata alleggerita dalla conduzione di Conan O’Brien, che ha scherzato proprio sull’anomalia di un vincitore assente, paragonando l’accaduto al raro caso di un pareggio nella categoria del cortometraggio. Ma al di là delle battute, il peso specifico delle dichiarazioni di Bardem ha trovato terreno fertile anche in altri momenti, come nel toccante discorso del regista David Borenstein, premiato per il documentario Mr. Nobody contro Putin, il quale ha lanciato un monito sull’uso dei droni e delle bombe al posto delle stelle cadenti. La concomitanza di questi eventi – l’urlo di Bardem per la Palestina, l’assenza strategica di Penn per l’Ucraina, la denuncia di Borenstein – ha dipinto il ritratto di una Hollywood non completamente assuefatta al glamour, capace ancora di farsi megafono di dissonanze globali. Nel backstage, intanto, mentre l’Italia gongolava per la partecipazione a una co-produzione premiata, e la norvegese Sentimental Value si aggiudicava il Miglior film internazionale, il pensiero correva a quei due attori: uno sul palco a chiedere giustizia, l’altro chissà dove in Europa, forse già al confine ucraino, a testimoniare con la propria assenza una presenza più autentica e dolorosa.

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