Bagarre in aula sul decreto Sicurezza, il M5s alza i cartelli: "Né liberi né sicuri"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’Aula della Camera ha vissuto momenti di tensione prima del voto decisivo sul decreto Sicurezza, con i deputati del Movimento 5 Stelle che hanno sollevato cartelli di protesta contro il provvedimento. “Né liberi né sicuri”, “Non si arresta la protesta”, “La democrazia non si piega”, “Decreto paura”: questi gli slogan apparsi tra i banchi dell’opposizione, mentre la maggioranza procedeva verso l’approvazione. Poco prima, Augusta Montaruli di Fratelli d’Italia aveva attaccato il centrosinistra, accusandolo di assecondare “gli ermellinati”, contrapposti – a suo dire – al “vicino di casa delle periferie, che voi avete abbandonato”.
Non è mancata la protesta simbolica di Claudio Mancini, deputato del Partito Democratico, che ha utilizzato i suoi otto minuti di intervento restando in piedi e in silenzio, una scena muta che ha riempito l’emiciclo senza aggiungere parole a un dibattito già infuocato. Sebbene gesti del genere non siano nuovi nei corridoi di Montecitorio, dove le opposizioni hanno spesso cercato di ostacolare i lavori con modalità più eclatanti, la maratona notturna per l’esame degli emendamenti – tutti respinti – ha confermato la polarizzazione del confronto.
Il decreto, che introduce quattordici nuovi reati e nove aggravanti, amplia in modo significativo l’apparato repressivo dello Stato, suscitando critiche per alcune misure considerate eccessive. Tra le novità più discusse, il cosiddetto “Daspo urbano”, che permetterà ai questori di vietare l’accesso a determinate zone a chiunque sia stato denunciato negli ultimi cinque anni, anche in assenza di condanne o rinvii a giudizio. Una disposizione che stride con la retorica governativa sulla presunzione di innocenza, già messa alla prova dalla nomina a Questore di Monza di un dirigente condannato in via definitiva per il falso nella vicenda della scuola Diaz durante il G8 di Genova




