Stellantis rinuncia all’idrogeno: una scelta inevitabile, ma con conseguenze pesanti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La decisione di Stellantis di sospendere lo sviluppo dei furgoni a idrogeno, rinviandone l’arrivo a dopo il 2030, non sorprende chi ha seguito da vicino le difficoltà dell’industria europea nel sostenere i costi della transizione energetica. Eppure, sebbene fosse prevedibile, il retromarcia del gruppo italo-francese lascia intravedere un problema più ampio: quello di un settore che fatica a conciliare ambizioni ecologiche e realtà economiche.

Il programma di veicoli commerciali leggeri alimentati a celle a combustibile è stato interrotto ufficialmente per «la limitata disponibilità di infrastrutture di rifornimento, gli elevati costi di sviluppo e la mancanza di incentivi sufficienti». Una motivazione che, seppur razionale, suona come un duro colpo per chi sperava in un’accelerazione della mobilità a idrogeno. Stellantis, che solo pochi mesi fa aveva annunciato l’accordo con Sic Europe per la produzione di 1.200 veicoli ad Atessa, ha preferito concentrarsi su altre tecnologie, lasciando nel limbo un progetto che avrebbe potuto rappresentare un’alternativa ai modelli elettrici.

La scelta del gruppo guidato da Antonio Filosa non è isolata. In Europa, l’idrogeno arranca tra rinvii, ritardi e un quadro normativo frammentato, mentre altri colossi automobilistici rivedono i propri piani. Se da un lato la transizione ecologica impone soluzioni innovative, dall’altro la mancanza di certezze politiche ed economiche spinge le aziende a ripensamenti dolorosi.

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