La tregua annunciata allenta lo chokepoint, ma il petrolio resta in agonia
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Redazione Economia
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Mancano all’appello, sul mercato globale, circa 220 miliardi di metri cubi di gas all’anno; e ogni giorno, in conseguenza del blocco dello Stretto di Hormuz – quel passaggio chiave per la logistica mondiale – si registra un vuoto di offerta pari a undici milioni di barili di greggio, a cui si aggiungono altri cinque milioni di barili di prodotti petroliferi raffinati. Sono i numeri, freddi e impietosi, che raccontano la peggiore crisi energetica della storia moderna, una voragine apertasi con l’escalation in Medio Oriente e le sanzioni incrociate legate al conflitto russo-ucraino.
Se da un lato i riflettori sono puntati sulle diplomazie parallele, dall’altro è il dato fisico delle scorte a preoccupare: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha quantificato in circa 10-11 milioni di barili al giorno la fornitura tagliata fuori da questo snodo, una cifra che raddoppia il deficit registrato durante le crisi petrolifere degli anni Settanta.
L’impatto, come spesso accade in questi casi, non è solo una questione di prezzi, ma di stock: le riserve globali di idrocarburi, secondo le stime raccolte da istituti come Goldman Sachs, si stanno prosciugando a un ritmo senza precedenti, toccando i minimi da otto anni a questa parte.
Il crollo del barile e la mossa di Trump
In questo scenario di carestia energetica, la notizia che ha scosso le ultime sedute di Borsa sembrava giungere quasi come un paradosso. I prezzi del petrolio hanno infatti ceduto terreno in maniera decisa, portandosi ai minimi da tre mesi, alimentati dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump. Il tycoon, che siede alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ha annunciato il raggiungimento di un “quadro d’intesa” preliminare con l’Iran.
Secondo quanto riferito, l’amministrazione Usa e Teheran avrebbero trovato un accordo che potrebbe essere firmato “nei prossimi giorni”, con l’obiettivo concreto di riaprire il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Barile di Brent, il greggio di riferimento del Mare del Nord, ha chiuso la settimana con un crollo di oltre il 3%, fermandosi a 87,33 dollari: un livello che non si vedeva dal 10 marzo scorso.
Una reazione, quella dei mercati, che scommette sulla de-escalation, dimenticando forse che quella dello Stretto è una ferita ancora aperta da cento giorni e che, anche in caso di firma, la normalizzazione dei flussi richiederà tempo.
Quando lo choc dell’offerta supera la paura del rincaro
C’è una differenza sostanziale, che molti osservatori sottovalutano, tra la crisi attuale e quella esplosa nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Due anni fa, nonostante le tensioni, non venne mai a mancare un solo litro di greggio all’offerta mondiale, eppure il prezzo del Brent schizzò fino a 120 dollari al barile: era la paura, il rischio embargo, a dettare l’impennata. Oggi, invece, ci troviamo di fronte al più grande choc fisico di fornitura della storia.
Lo snodo di Hormuz, attraverso cui normalmente transita circa un quinto del petrolio mondiale e un terzo del gas naturale liquefatto, è di fatto inagibile, e ogni giorno che passa l’economia globale brucia riserve strategiche a un ritmo insostenibile. Le agenzie internazionali, dall’Fmi alla Banca Mondiale, hanno lanciato l’allarme per i prossimi mesi, temendo penurie di carburante durante l’estate se il flusso non dovesse tornare alla normalità.
Si tratta, in definitiva, di una crisi reale, non solo speculativa, che rischia di deprimere la crescita e alimentare l’inflazione in un’Europa già provata dai rincari passati, mentre alcune aree del mondo, come quella asiatica, sono costrette a tagliare drasticamente i consumi.
Il rebus dei prezzi “bassi” in un mare di incertezze
Non si tratta, quindi, di un ritorno alla normalità, bensì di una sospensione del panico. La prevista intesa tra Stati Uniti e Iran, mediata da attori esterni, lascia infatti irrisolti i nodi più spinosi, primo fra tutti quello del programma nucleare iraniano. Per ora, ci si accontenta di riaprire il rubinetto, consapevoli che – come ha sottolineato l’Aie – la ricostruzione delle scorte richiederà anni di investimenti e una pace duratura che al momento appare solo un miraggio.
Il calo del prezzo del greggio, sebbene accolto con sollievo dagli automobilisti, potrebbe rivelarsi effimero: la domanda asiatica resta assetata di energia, e la capacità dell’Opec+ di tamponare l’emergenza è limitata dalla stessa riduzione delle infrastrutture e dai danni subiti dagli impianti nei Paesi coinvolti nel conflitto.
Il mercato, insomma, balla sull’orlo del precipizio: da una parte la speranza di una pace imminente, dall’altra la cruda realtà fisica di cento giorni di blocco che hanno lasciato il mondo con meno carburante nelle riserve, rendendo ogni nuova scossa geopolitica potenzialmente devastante per i listini e per le tasche dei cittadini.




