Divieto di dimora in Campania per il consigliere regionale Zannini, l’accusa è di corruzione per un finanziamento da tredici milioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ordinanza emessa dal gip di Santa Maria Capua Vetere, Daniela Vecchiarelli, che ha disposto il divieto di dimora in Campania per il consigliere regionale Giovanni Zannini – eletto nelle file di Forza Italia ma all’epoca dei fatti in forza alla maggioranza di centrosinistra che sosteneva Vincenzo De Luca – e per due imprenditori del settore caseario, Luigi e Paolo Griffo, padre e figlio, getta una luce sinistra sui meccanismi che regolano, secondo l’ipotesi accusatoria, il rapporto tra politica e affari in provincia di Caserta. Il provvedimento, eseguito dai carabinieri del Nucleo investigativo del Gruppo di Aversa su delega dei pm Giacomo Urbano e Gerardina Cozzolino, rappresenta solo l’ultimo atto di un’inchiesta complessa che vede il politico di Mondragone al centro di un sistema di presunte pressioni e favori, finalizzati a sbloccare una pratica amministrativa dal valore strategico: un finanziamento pubblico di circa tredici milioni di euro, erogato da Invitalia, destinato alla realizzazione di un nuovo stabilimento per la produzione di mozzarella di bufala campana Dop della Spinosa Spa, azienda riconducibile ai due imprenditori.

Al cuore dell’impianto accusatorio, che contesta a vario Titolo i reati di corruzione per l’esercizio della funzione, falsità materiale in concorso e truffa aggravata ai danni dello Stato, vi è la definizione, riportata senza mezzi termini dagli inquirenti, di un presunto «inganno». Un inganno che si sarebbe consumato tra le scrivanie degli uffici tecnici regionali, dove Zannini, all’epoca presidente della Commissione Ambiente, avrebbe esercitato indebite pressioni per superare il parere negativo della dirigente competente, la quale aveva più volte ribadito, attraverso note ufficiali, la necessità di una valutazione di incidenza ambientale per il progetto presentato dai Griffo; una procedura la cui mancanza avrebbe di fatto bloccato l’erogazione del cospicuo finanziamento.

L’intervento in Regione e la presunta mediazione di un alto dirigente

La strategia messa in atto da Zannini, secondo quanto ricostruito dalla Procura guidata da Pierpaolo Bruni, si sarebbe avvalsa di canali privilegiati per forzare i tempi della burocrazia. In particolare, si legge negli atti, il consigliere regionale si sarebbe fatto introdurre negli uffici dell’assessorato all’Ambiente – che all’epoca faceva capo a Fulvio Bonavitacola, già vicepresidente della giunta De Luca e oggi assessore con deleghe diverse nel governo di Roberto Fico, figura quest’ultima non coinvolta nell’indagine – facendosi annunciare proprio dall’alto rappresentante istituzionale per incontrare la dirigente che osteggiava la pratica. Un accesso, quello ottenuto da Zannini, che gli avrebbe permesso di presentarsi con un peso politico specifico, pretendendo, con modi che gli inquirenti definiscono aggressivi e arroganti, una soluzione favorevole agli imprenditori amici, nonostante i due diniego formali già opposti dall’ufficio tecnico.

La gita in yacht come corrispettivo e la restituzione del denaro

Parallelamente alle pressioni esercitate in Regione, l’indagine ha ricostruito il presunto tornaconto personale che avrebbe motivato l’intervento del politico. Per gli inquirenti, l’impegno profuso da Zannini per sbloccare l’iter autorizzativo e garantire così ai Griffo l’accesso ai fondi pubblici sarebbe stato ripagato con un benefit di tutto rispetto: una gita di due giorni a bordo di uno yacht, noleggiato per l’occasione, di cui avrebbero usufruito, nel settembre del 2023, lo stesso consigliere, i suoi familiari e alcuni amici, per un costo complessivo di circa settemilatrecento euro. Un elemento, questo del pagamento della vacanza, che presenta una torsione investigativa significativa: stando a quanto emerso, Zannini avrebbe successivamente restituito l’intera somma ai due imprenditori, un gesto che la Procura interpreta come un tentativo di ripulire la traccia del presunto scambio corruttivo, messo in atto probabilmente dopo che il politico era venuto a conoscenza dell’esistenza di indagini a suo carico.

Le altre contestazioni e la posizione degli imprenditori

Oltre al filone principale che lega Zannini ai Griffo, l’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere non si limita alla sola vicenda del finanziamento Invitalia. Nel medesimo provvedimento che ha portato al divieto di dimora – misura che per il consigliere regionale, stando a una prima interpretazione, comporterebbe l’impossibilità di esercitare le proprie funzioni istituzionali sul territorio -4 – si contesta al politico anche il reato di concussione, per aver indotto, con pressioni reiterate e la consegna di veri e propri pizzini, l’allora direttore sanitario dell’Asl di Caserta, Enzo Iodice, a rassegnare le dimissioni nel settembre del 2023, probabilmente perché lo stesso Iodice non intendeva assecondare richieste clientelari relative ad assunzioni o nomine. Per gli imprenditori Luigi e Paolo Griffo, difesi dall’avvocato Mario Griffo, le accuse di corruzione si legano indissolubilmente alla vicenda del finanziamento pubblico, un affare da tredici milioni che ora, al centro di questa bufera giudiziaria, rischia di diventare un macigno sulle loro ambizioni imprenditoriali.

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