Stellantis, il ritorno in ufficio e le trattative riservate con i colossi cinesi Xiaomi e XPeng

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il gruppo Stellantis, guidato dall’amministratore delegato Antonio Filosa, ha avviato una duplice manovra strategica che interessa profondamente il suo futuro industriale e organizzativo in Europa e in Italia. Da un lato, si registra un’inversione di tendenza netta rispetto alle politiche del lavoro agile adottate negli anni passati, con un piano di rientro progressivo ma sostanziale dei dipendenti impiegatizi negli uffici; dall’altro, emergono con sempre maggior insistenza indiscrezioni, rilanciate da Bloomberg e confermate da ambienti vicini alla trattativa, su colloqui avanzati con i costruttori cinesi Xiaomi e XPeng per valutare possibili investimenti nel business continentale del gruppo. Questi ultimi, secondo le ricostruzioni, potrebbero tradursi in un ingresso azionario in alcuni dei marchi del portfolio – e in questo contesto si fa il nome di Maserati – oppure in un utilizzo congiunto della capacità produttiva in eccesso di cui soffrono gli stabilimenti europei del Lingotto.

La fine dello smart working e la riorganizzazione del lavoro a Mirafiori

La decisione di Filosa di rivedere radicalmente l’organizzazione del lavoro, comunicata internamente con una certa fermezza, prevede per il 2026 una fase transitoria con tre giorni di presenza obbligatoria in sede, per poi giungere all’abolizione totale dello smart working nel corso del 2027. Una scelta che interessa in Italia circa un terzo dei trentamila dipendenti totali, prevalentemente impiegati, e che ha sollevato più di una perplessità tra le rappresentanze sindacali: la Fim Cisl ha parlato di un “paradosso organizzativo”, considerando che negli anni scorsi molti spazi uffici erano stati ridimensionati proprio in previsione di un modello ibrido stabile. La Fiom, dal canto suo, sottolinea come questa mossa rischi di ridurre l’attrattività dell’azienda verso i giovani, in un contesto già segnato da un inverno demografico che rende prezioso ogni strumento di flessibilità. Nello stabilimento di Mirafiori, intanto, si lavora per adeguare gli spazi: nella palazzina storica, che ospita 5.500 persone, sono in corso interventi strutturali per riaccogliere il personale, mentre dal punto di vista produttivo si cerca di dare slancio alla Fiat 500 ibrida con l’attivazione del secondo turno e l’obiettivo dichiarato di toccare le centomila unità annue.

Parallelamente alla riorganizzazione degli spazi e delle presenze, il gruppo ha perfezionato un accordo con i sindacati – firmato da Fim, Uilm, Fismic, Aqef e Ugl, ma non dalla Fiom – che prevede uscite volontarie incentivate per 121 lavoratori a Mirafiori e nell’ex stabilimento PCMA di San Benigno Canavese, con meccanismi di accompagnamento alla pensione differenziati per fasce d’età e indennità che arrivano fino a trentatré mensilità più un bonus. Un altro accordo, siglato nei giorni scorsi, riguarda ulteriori 480 uscite nel comprensorio torinese, portando il totale degli esuberi incentivati negli ultimi anni a circa duemila unità nella sola area di Torino. Le organizzazioni sindacali firmatarie, pur accettando la necessità di un ricambio generazionale, hanno posto l’accento sulla clausola che dà priorità ai lavoratori più vicini alla pensione, per evitare fughe di giovani competenze, mentre la Fiom motiva il suo no proprio con l’assenza di un piano strutturato di nuove assunzioni che compensi queste partenze.

L’eccesso di capacità produttiva e il possibile asse con i cinesi

Se sul fronte del lavoro si cerca una quadra tra presenza fisica e flessibilità, sul versante industriale la sfida è altrettanto complessa. Secondo un’analisi della società di consulenza AlixPartners, ripresa da Bloomberg, la capacità produttiva di Stellantis in Europa si attesta intorno ai 6,5 milioni di veicoli l’anno, ma gli impianti lavorano in media soltanto al 46% del loro potenziale, lasciando inutilizzati circa 3,5 milioni di auto all’anno di capacità produttiva. Un dato che fotografa un problema strutturale, ereditato da anni di fusioni e integrazioni – prima fra tutte quella con Psa – che hanno ridotto i costi e gonfiato i dividendi, ma non hanno portato avanti un’innovazione di prodotto capace di sostenere i volumi in un mercato in profonda trasformazione. In questo scenario di sovracapacità, si inseriscono i colloqui con i gruppi cinesi: Xiaomi, player tecnologico di recente approdato nel settore auto con la SU7, e XPeng, costruttore di veicoli elettrici già presente in Europa, sarebbero stati avvicinati da Stellantis per discutere possibili forme di collaborazione che vadano oltre la semplice joint venture.

L’ipotesi, al momento oggetto di trattative che durano da mesi e sulle quali nessuna delle parti si esprime ufficialmente, prevederebbe la cessione di una partecipazione in alcuni brand europei – e qui tornerebbe in ballo Maserati, il cui fascino potrebbe fare gola agli investitori cinesi – oppure l’utilizzo da parte dei due costruttori asiatici delle linee produttive inattive in Europa per assemblare localmente i loro modelli, superando così dazi e barriere logistiche. Una strategia che Stellantis aveva già sperimentato con l’accordo siglato nel 2023 con Leapmotor, che prevede la produzione di auto del marchio cinese proprio in impianti europei del gruppo, ma che oggi verrebbe estesa e diversificata coinvolgendo due nuovi attori di primo piano. Fonti vicine al dossier precisano che non esiste al momento alcuna certezza sulla conclusione di un accordo, e che le interlocuzioni rientrano nella normale attività di esplorazione di partnership globali, ma il fatto che vengano discusse opzioni così radicali – dall’ingresso azionario all’affitto di capacità produttiva – la dice lunga sulla pressione che grava sulla dirigenza per riempire quegli stabilimenti che oggi lavorano a mezzo regime.

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