Libano nel caos, nuova missione per i caschi blu della Brigata Sassari tra le macerie della tregua

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore delle esplosioni, riecheggiato all’alba di oggi nelle periferie meridionali di Beirut e in diversi distretti del Sud del Libano, ha infranto ciò che restava di una tregua già fragile, riportando il paese mediorientale al centro della tempesta regionale. I raid condotti dalle forze aeree israeliane, una risposta, come hanno tenuto a precisare dall’Idf, al lancio di razzi e droni avvenuto poche ore prima da parte del partito sciita, hanno costretto migliaia di residenti, quelli che hanno potuto, a un esodo frettoloso verso il Nord: le arterie principali, si racconta, sono intasate da auto stracariche di beni di prima necessità e famiglie in fuga. Il cessate-il-fuoco faticosamente siglato nel novembre del 2024, un accordo che aveva messo fine a un anno di scontri diretti tra lo Stato ebraico e i miliziani filo-iraniani, appare oggi un ricordo lontano. La scintilla che ha fatto deflagrare la nuova crisi, a onor del vero, va ricercata nell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele in territorio iraniano dello scorso sabato, un’operazione che ha portato all’uccisione della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e di altri alti ufficiali di Teheran.

Una rappresaglia che riaccende il fronte settentrionale

La risposta di Hezbollah, si apprende da fonti locali, non è tardata ad arrivare: il gruppo, che agisce sotto l’egida dell’Iran, ha rivendicato il lancio di salve di razzi avanzati e sciami di droni verso una postazione militare israeliana a sud di Haifa, spiegando il gesto come un atto dovuto per il sangue versato della Guida e in difesa del Libano stesso. L’esercito di difesa israeliano, attraverso il portavoce Nadav Shoshani, pur dichiarando di essere pronto a scenari che coinvolgano molteplici fronti, ha inizialmente escluso l’ipotesi di un’operazione via terra nel breve-medio termine. Tuttavia, il tenente generale Eyal Zamir, capo di stato maggiore dell’Idf, ha contestualmente annunciato l’avvio di una campagna offensiva contro Hezbollah, parlando di una preparazione necessaria per giorni prolungati di combattimenti; una posizione, questa, che stride con le prime rassicurazioni e lascia presagire un’escalation difficile da controllare.

Il difficile compito dei Dimonios in un contesto incandescente

È in questo scenario di incertezza e violenza diffusa che si inserisce la nuova missione della Brigata Sassari. I “Dimonios”, come noto, stanno completando in queste ore il loro dispiegamento nel Sud del Libano, pronti ad assumere, entro la prima decade di marzo, il comando del contingente italiano e del settore Ovest di Unifil. Si tratta della quarta volta dal 2016 per i militari sardi, i quali si troveranno a operare lungo la Blue Line in un contesto radicalmente mutato rispetto alle precedenti esperienze. Circa mille caschi blu italiani, di cui cinquecento appartenenti alla Brigata, saranno chiamati a garantire il monitoraggio di una tregua che di fatto non esiste più. Il compito, come sempre del resto, sarebbe quello di affiancare le forze armate libanesi e sostenere la popolazione, ma l’ombra di un conflitto più ampio, alimentato anche dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, il quale ha ventilato la possibilità che le operazioni militari contro l’Iran possano protrarsi per almeno quattro settimane, rende il terreno particolarmente insidioso.

Le reazioni delle istituzioni libanesi e la fuga dei civili

La classe dirigente libanese, dal canto suo, ha immediatamente preso le distanze dalle azioni di Hezbollah. Il primo ministro Nawaf Salam ha parlato di gesti “irresponsabili e sospetti”, atti che rischiano di esporre il paese a nuove avventure belliche e che, come ha dichiarato, costringeranno Beirut a prendere le misure necessarie per identificare i responsabili e proteggere i propri cittadini. Una posizione, la sua, che riflette la spaccatura interna e la stanchezza di una popolazione, come quella incontrata dai cronisti nelle strade di Dahieh, stremata da decenni di tensioni e conflitti. Scene di panico si sono registrate anche nei pressi dell’aeroporto di Beirut, dove le esplosioni hanno seminato il caos tra la folla in attesa di una partenza, mentre nelle aree meridionali e orientali l’esercito israeliano ha intimato l’evacuazione ai residenti di oltre cinquanta villaggi, annunciando ulteriori attacchi. La crisi, del resto, non sembra limitarsi ai confini libanesi: forti detonazioni sono state segnalate anche nelle vicinanze dell’aeroporto di Erbil, in Iraq, sede di truppe della coalizione, a testimonianza di una regionalizzazione del conflitto che appare ormai conclamata e che pone i caschi blu italiani, e la Brigata Sassari in particolare, di fronte a una sfida complessa e piena di incognite.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.